mercoledì 29 ottobre 2025

I CAMPI ENERGETICI - Intervento per il Podcast "La Tribù del Regista"




Questa volta la Tribù del Regista apre le porte di uno spazio che è al tempo stesso reale e virtuale ma ritengo proprio per questo concreto. I campi energetici che ci circondano. Cosa sono? Sono forze fisiche o spirituali? O nessuna delle due? Sono il modo in cui ci relazioniamo o il modo in cui potremmo relazionare con gli altri? Che bello porsi delle domande. Forse le domande sono proprio la chiave per aprire queste porte, per entrare in spazi nuovi. Porsi delle domande vuol dire attivare questi campi energetici. In quest’ottica mi viene in mente, anche qui, un brano musicale. Si chiama “The Unanswered Question” la domanda senza risposta, scritta nel 1906 dal compositore americano Charles Ives. E’ una musica assolutamente innovativa per l’epoca, non entro nei dettagli ma per semplificare osserviamo che nel brano, che è composto per 4 flauti, una tromba e un orchestra di archi, ognuno di questi tre elementi rappresenta un personaggio. La tromba rappresenta l’eroe che si interroga sul senso dell’esistenza, essa suona una piccola melodia che ripete per sei volte durante il brano, come se ripetesse sempre la stessa domanda. Ad essa tentano di rispondere i 4 flauti che rappresentano gli uomini che tentano in maniera disordinata di fornire delle spiegazioni ma ripsondono con frasi dissonanti, stonate, senza un ritmo preciso, quindi non riescono mai a trovare una risposta alla domanda ripetuta dalla tromba.

Il terzo personaggio sono gli archi che rappresentano, secondo l’indicazione del compositore, i Druidi, coloro che “sanno, vedono e non odono nulla”. Gli archi infatti fungono da sfondo sonoro durante tutto il brano con note lunghe e armoniose, imperturbabili, indifferenti al battibecco tra l’eroe e gli uomini.

Il brano dura 4 minuti e mezzo, è molto breve. Ma molto rappresentativo. In questo brano ci si pone una domanda a cui non si da risposta. Questo per me è un campo energetico, è una domanda senza risposta. Si aprono invece molte possibilità, si crea energia a cui tutti possono contribuire. Si accetta il mistero e se lo si fa insieme ci si sente più vicini. Magari ci si scherza su e si gettano le maschere, propio come si dice nella puntata in questione. Si getta la maschera delle certezza, della sicurezza, delle risposte facili. Sarebbe magnifico ritrovarsi e sorridere delle nostre incertezze, dei nostri dubbi che sono così importanti, così vitali, così delicati. Dobbiamo preservare i nostri dubbi, non cercare di scioglierli, di risolverli, almeno non tutti. Poi qui l’eroe si pone la domanda più grande, la domande sul senso dell’esistenza che rimane magnificamente irrisolta. L’ostinazione con cui a volte ci poniamo sempre la stessa domanda è già di per se una risposta. Invece la serenità con cui gli archi, o i Druidi, osservano questo battibecco, questa è la condizione a cui puntare. Ma il brano è sempre l’insieme di tutti e tre gli elementi. Domande, tentativi di risposte e serenità contemplativa. Questo è il campo energetico. Ma questo lo sperimentiamo nella vita quotidiana. Intorno a noi ci sono persone che hanno diversi ruoli nella nostra vita, alcune per noi sono fondamentali altre meno. Può capitare che qualcuno ci ponga una domanda importante per noi, a volte capita anche per caso, una domanda che ci spiazza, che ci fa riflettere. La domanda cambia se è posta da qualcuno a cui teniamo particolarmente oppure no. Se a farcela è un amico o un collega, un parente o un conoscente. In base alla situazione il nostro campo energetico cambia, se a porla è una persona che ci conosce profondamente, con cui abbiamo condiviso tanto, il campo energetico che viene attivato dalla domanda è potente, grande e può stimolare anche dei veri cambiamenti i noi. Altre volte invece la domanda non apre spazi di riflessione, non ci stimola e passa inosservata. Ma questo spesso campita a prescindere dalla nostra risposta. Anche se lì per lì rispondiamo con sicurezza e facilità può capitare che nel corso della giornata o nei giorni successivi quella domanda ritorni a noi con una forma diversa, se è una domanda importante questo succede spesso.

Allora noi possiamo rielaborare la risposta o pensare anche che quella non è la risposta esatta e che non siamo obbligati a rispondere. Qualcosa si è mosso, qualcosa ci ha fatto riflettere e delle volte (ed io credo anche più spesso di quanto crediamo) questo basta. Perché non abbiamo un reale bisogno di risposte ma più delle domande giuste.

Un esempio banale ma molto comune è l’oroscopo. Molti di noi dubitano della reale attendibilità della Astrologia, la vedono come un gioco, un passatempo, un modo per scherzare, e lo è. E’ divertente scherzare sugli astri, sui segni zodiacali ma dietro questa pratica si cela qualcos’altro. E credo sia sempre la stessa questione, è la domanda, ovvero la disponibilità ad ascoltare una lettura astrale, è la voglia di aprirsi e non ottenere una risposta chiara ma più di tipo oracolare, misteriosa, da interpretare.

Quando leggiamo l’oroscopo sappiamo che non sta dicendo la verità con la “V” maiuscola ma in quel momento stiamo al gioco, il gioco della assenza della ricerca della verità. Cerchiamo risposte che non siano risposte esaustive, la prendiamo alla leggera, ci sorridiamo su e siamo complici fra di noi, sia con chi ci ha fornito il responso astrologico sia se siamo con altri e ci confrontiamo, ad esempio, con le differenze tra un segno zodiacale e l’altro ed io sempre ritenuto molto affascinante questo fenomeno. Quando abbiamo voglia di prendere le cose alla leggera otteniamo molte più risposte di quando invece cerchiamo una risposta reale, concreta, definitiva. E la ricerca della risposta può essere invece molto dolorosa, è l’ostinazione presente nel brano di Ives, ostinato è un termine molto musicale, l’ostinato per eccellenza è la pulsazione ritmica del “Bolero” di Ravel. E quanta ostinazione vediamo intorno a noi, quanto poco dubbio e spazio di interpretazione. Ma nessuno ci obbliga a seguire quella corsa verso la risposta definitiva 


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