giovedì 20 novembre 2025

RUBRICA "I MIEI LIBRI" - David Toop "Oceano di Suono"

 


Cosa succede quando un musicista, compositore e performer è allo stesso tempo scrittore, giornalista e studioso del fenomeno musicale, soprattutto dal punto di vista antropologico? E cosa succede quando tutte le conoscenze, tutte le esperienze, tutti gli ascolti e riflessioni di questo personaggio vengono letteralmente riversati all'interno di un libro? Succede che si ottiene un testo diverso da qualsiasi altro in cui la scrittura non è semplicemente analitica o musicologica, in cui i contenuti sono estremamente eterogenei (ed eterei).

Insomma, si crea un oceano. Toop scrive fondamentalmente di musica ed arte del secolo XX (la prima edizione è del 1995). Ma non scrive di una musica, di uno stile, di un luogo ma naviga, appunto, in maniera libera tra generi ed esperienze infinite, suoni elettronici, acustici e misti. Viaggia dall'Inghilterra, all'Africa, dal Giappone all'Indonesia, dal Canada alla Norvegia. Si muove e va dove gli pare, dove c'è suono lui va.

Ne esce fuori un quadro, una narrazione, non so nemmeno io cosa ne esce fuori, ma ci si trova davanti ad una ricchezza musicale e culturale sbalorditiva. Alcuni temi affrontati possono essere ricondotti alla "classica" storia della musica del '900, ma tanti altri fenomeni fanno parte di quel mondo visibile ed invisibile che è stato il mondo culturale del secolo scorso. Si parla della nascita di generi musicali che saranno fondamentali per la musica di oggi. E' impossibile sintetizzare. Se siete appassionati di qualche musica sicuramente in questo libro c'è! E' una specie di enciclopedia messa nel frullatore, senza ordini alfabetici o cronologici o geografici. Non perché l'autore non abbia potuto proporre un testo più strutturato ma perché si doveva rispettare l'elemento fondamentale del materiale trattato. Tutte le musiche presenti sono contaminate da altro, collegate ad altro, come un Micelio, la rete complessissima di funghi che popolano l'intero globo. E sono manifestazioni "fungose" quelle esposte del libro. Succede di tutto. Tutto si incrocia ma si può ricostruire a quale famiglia o ramo bio-sonoro appartiene ogni singolo prodotto musicale. 

Perché è così che si è sviluppata la musica negli ultimi anni, si sono abbattute molte separazioni ed il mondo è entrato in contatto soprattutto grazie alla rivoluzione tecnologica. Potrei continuare ad elogiarne le qualità ma per darvi un esempio più tangibile di cosa sto realmente parlando aprirò a caso, ora, il libro in alcuni punti e riporterò delle frasi su cui mi cade l'occhio o che ho precedentemente sottolineato (ho provato a mettere delle "boe" nell'oceano ma anche così non è possibile evitare il naufragio in questa varietà di correnti e flussi)...vediamo cosa peschiamo:


  • "Se Richard Maxfield non si fosse suicidato nel 1969, e se i suoi pezzi di musica elettronica non fossero così difficili da trovare, o da ascoltare, allora le nostre idee su come la musica è cambiata, ed espansa, negli ultimi trentacinque anni, potrebbero essere diverse."
  • "Steve Hillage [...] il chitarrista hippie dei Gong e produttore rock di successo [...] si stava rendendo conto che lo slancio della acid house era in grado di ricaricare più energia di quella prodotta da una batteria."
  • "..una session esplorativa di Hendrix e Dave Holland, che purtroppo venne interrotta e abbandonata perché Bright (il produttore - nota mia) e Hendrix giudicarono le proprie esecuzioni annebbiate, senza rimedio, dagli effetti del PCP (marchio registrato della fenciclidina, un sedativo usato illegalmente come allucinogeno. Nome comune: angel dust)"
  • "Il compositore e inventore di strumenti americano Harry Partch, avendo egli stesso rifiutato il temperamento uniforme, ha dedicato a questo argomento gran parte del suo, "pesante" ma arguto libro Genesis of Music."
  • Per questo motivo, in Giappone non è così raro imbattersi in stranezze così evidenti come i templi tirati su con mucchi di spazzolini da bagno, o i monaci buddisti che pregano per i microchip esauriti. Tutto è Buddha."
Che faccio? ...continuo?
Magari se siete curiosi continuate voi, lo so che sembra tutto incomprensibile però, ripeto, prendetela come un enciclopedia o una dispensa in cui andare ogni tanto a sgraffignare qualcosa, potete anche pescare alla cieca che ogni tano male non fa disorientarsi e scoprire qualcosa di nuovo, che magari avete sempre cercato, e trovarlo per caso vi darà ancora più gusto.

venerdì 14 novembre 2025

RUBRICA "I MIEI LIBRI" - John Cage "Silenzio"

 



Per la nuova rubrica "i miei libri", in cui descrivo alcuni testi di musica provenienti dalla mia biblioteca personale, ho scelto di iniziare con "Silenzio" di John Cage, il famoso testo uscito nel 1961negli Stati Uniti e pubblicato, in parte, in Italia nel 1971.
Ho cercato a lungo questo libro nella prima versione, lo presi in prestito ai tempi dell'Università per fare la mia tesi di laurea proprio sul compositore americano. Mi piaceva tutto di questo libro, la copertina, il formato curiosamente quadrato, la grafica minimale con i caratteri che sembravano scritti con una vecchia macchina da scrivere, l'impaginazione assolutamente non ortodossa dei testi ed ovviamente il contenuto. 
Qui Cage esprime alcune delle sue idee fondamentali per comprendere la sua estetica, la sua filosofia, il suo modo di vedere il mondo. La musica di Cage non è separabile dalla sua filosofia, o meglio, per lui probabilmente sono la stessa cosa. Nella sua visione zen del mondo tutti i suono sono degni di ascolto e di attenzione, qualsiasi fenomeno sonoro, che provenga da un pianoforte o da un bollitore, deve essere accolto e ascoltato come tale. Questo è noto. Il titolo del libro parla chiaro, il silenzio, nelle sue battute vuote, poste in copertina, è fondamentale. Non è assenza di suono perchè in realtà non esiste, anche questo è arcinoto. Il celebre brano "4'33"" di solo silenzio è ormai un caposaldo dell'estetica musicale, e non solo, del '900. Ma non parleremo di questo.
La cosa che mi viene in mente pensando a questo testo è che la musica di John Cage, così collegata ai suoi testi, alle sue interviste, alla sua figura di personaggio straordinario, al contesto culturale, la sua musica, dicevo, è musica concettuale. In che senso concettuale? Nel senso che richiede la presenza di un concetto per essere apprezzata? Se si pensa all'arte concettuale pensiamo a quella produzione artistica in cui l'dea alla base della produzione materiale è più importante del prodotto finale (per semplificare). Le idee esposte in questo testo sono quindi la chiave necessaria per comprendere le composizioni di Cage? Senza di loro l'ascolto è incompleto?
Qui scatta il paradosso: si e no. 
Si può ascoltare la musica di Cage senza aver letto una sola parola di questo libro o di altri scritti e interviste del compositore? Ovviamente si. La si apprezza di più conoscendo il suo pensiero musicale? Forse si e forse no. Il compositore preferirebbe che si leggesse prima i suoi testi? Io penso proprio di no.
E allora perché è importante questo testo? Perché in realtà la speculazione teorica e filosofica sulla musica ha sempre fatto parte della produzione culturale legata al mondo dei suoni. Da Platone a Boezio, dai teorici del "quadrivium" medioevale alle discussioni teoriche e linguistiche del barocco (si pensi a Monteverdi e Zarlino), dalla musica in relazione all'illuminismo, al romanticismo, all'espressionismo fino, appunto, a Cage, la musica ha sempre avuto un lato "filosofico".
La musica si ascolta, certo, ma la si vive in maniera completa, si vive uno spazio, un luogo, con altre persone, in un preciso momento storico. E' un fenomeno complesso ma non per questo difficile, anzi. La musica parla spesso in maniera diretta, ma questo non significa che sia un fenomeno semplice.
Questa dicotomia tra musica semplice e difficile però esiste. La musica di Cage è facile o difficile?
Io penso sia più facile di altra musica contemporanea proprio perché in essa si sente che il concetto che sta alla base della sua creazione è chiaro. La musica di Cage si ascolta e basta. Quale sia l'effetto che genera è indifferente: ti piace, non ti piace, ti disturba, ti annoia, ti rapisce, ti commuove. L'importante è stare nell'ascolto e, secondo Cage, accettare il cambiamento, sentirsi cambiati alla fine dell'ascolto. Tutto questo è molto Zen, me ne rendo conto, però se non ci fosse stato Cage la musica di oggi sarebbe stata molto diversa. Il coraggio di produrre una musica così anomala, diversa, fuori dal tempo a volte, questo coraggio ha avuto un suo effetto. Dopo di lui molti hanno potuto immaginare una musica nuova. Quindi alla fine da una teoria è venuta una pratica.
Alla musica si può arrivare da molti punti, c'è chi lo fa cercando una ispirazione, che passeggiando nei boschi, chi raccontando una guerra, chi leggendo un libro. 
E questo era il libro di questa puntata, un libro che genera musica già solo dalla copertina, dalla forma, dai caratteri...volendo anche dall'odore. Un libro "generativo"

mercoledì 29 ottobre 2025

EDUCAZIONE MUSICALE NEI CPIA A cura di Luca Di Bucchianico

 


Nel CPIA 2 “Italo Calvino” di Roma in cui lavoro da molti anni è stata inserita nel Curricolo Scolastico la materia “educazione musicale” all’interno del percorso di Primo Periodo. Anche negli anni precedenti la musica ha avuto uno spazio all’interno dell’Istituto grazie anche alla collaborazione negli anni dei docenti di Italiano L2 con cui si sono potuti sperimentare diversi percorsi di integrazione tra musica ed apprendimento della seconda lingua.

Con questo articolo ci si propone di condividere alcune riflessioni ed alcune proposte didattiche sviluppate negli ultimi anni per permettere di dare maggior rilievo all’approccio didattico musicale nei contesti educativi per adulti.

La prima riflessione va fatta in senso introduttivo su quale sia l’importanze della musica a scuola. Da molti anni ormai la ricerca pedagogica ha più volte sottolineato il ruolo delle discipline artistiche  nella crescita personale degli studenti. Sappiamo che la musica è presente in diversi fasi del percorso scolastico Italiano, ne è stata incrementata la presenza nella scuola primaria con il progetto “Fare Musica Tutti” del 2013, è sempre stata presente nella Scuola Secondaria di Secondo Grado, in particolar modo nelle Scuole ad “Indirizzo Musicale”. Negli anni si è visto un incremento dei Licei Musicali e Coreutici in tutto il territorio nazionale. Possiamo quindi osservare un incremento dell’educazione musicale nella scuola italiana. Ovviamente non sempre la musica è presente nella modalità adeguata ma non è questa la sede per discuterne. Qui si vuole far notare che la musica può avere spazio anche nell’educazione per adulti.

La varietà umana presente nell’utenza dei. CPIA non permette alcuna generalizzazione ma quando si parla di musica mi sento di poter dire che la musica è sempre stata accolta con grande entusiasmo nelle classi del CPIA. Volendo limitarsi alle classi di Primo Periodo, ovvero le classi che alla fine del percorso ottengono il diploma di scuola secondaria di I grado, pho osservato negli anni un notevole interesse per l’educazione musicale. Ovviamente non stiamo parlando della classica educazione musicale che viene praticata nelle altre Scuole “del mattino”, non si possono presentare agli studenti del CPIA gli stessi argomenti e non si può pretendere di raggiungere gli stessi obiettivi didattici. Argomenti come la grammatica della musica, la teoria musicale di base o la pratica strumentale su strumentario didattico non sono particolarmente efficaci in questo percorso scolastico. Personalmente mi sono concentrato negli anni su altri approcci che potrei sintetizzare in queste tre macro aree:

  • Le canzoni italiane, testo ed interpretazione
  • La storia della musica in Italia e nel mondo in relazione agli sviluppi della civiltà 
  • Muscihe tradizionali del mondo


A queste aree dovrei aggiungere altre metodologie sperimentate negli anni come l’uso di filastrocche e scioglilingua per incrementare l’aspetto fonologico ma mi sono reso conto che alcune aree didattiche più legate alla didattica linguistica richiedono una particolare formazione che non possiede, quindi mi sono con il tempo focalizzato su ciò che afferisce maggiormente al mio ambito didattico.

CANZONI ITALIANE, TESTO ED INTERPRETAZIONE

L’uso delle canzoni italiane nell’apprendimento della lingua è una pratica potente che troppo spesso viene ignorata o fatta in maniera superficiale. La metodologia proposta varia da classe a classe ma si possono sintetizzare alcune fasi 

  1. Scelta del brano. Gli autori scelti sono frutto di prove e tentativi, si è vista una maggiore efficacia nell’uso di brani scritti dai alcuni autori di cui possiamo fare alcuni nomi: Lucio  Dalla, Lucio Battisti, Sergio Endrigo e Bruno Lauzi per il repertorio di canti per bambini, Gino Paoli, Rino Gaetano, Angelo Branduardi, Luigi Tenco.
  2. Una volta scelto il brano adeguato al livello degli studenti si propone un ascolto e chiede di individuare le parole comprese
  3. In seguito si fa leggere il testo alla classe facendo attenzione alla pronuncia
  4. In seguito segue la parte centrale della lezione, quella in cui si analizza il significato della canzone. In questa fase è fondamentale quindi il valore comunicativo e semantico del brano scelto, per questo è così importante la fase 1. Gli adulti vengono spesso stimolati da traguardi scolastici ma sono ancora più stimolati quando si chiede loro cosa pensano di determinati argomenti, si cerca quindi la loro opinione, li si rende quindi studenti attivi e partecipi. Non bisogna mai dimenticare che lo studente adulto ha solitamente già un sistema di valori e di idee che deve avere un suo spazio all’interno del percorso scolastico. Lo studente straniero ha molto da dire ed esprimere solo che non sa come. In questa attività di scambio di idee dopo l’ascolto di una semplice canzone le idee vengono spesso fuori con risultati a volte sorprendenti


LA STORIA DELLA MUSICA IN ITALIA E NEL MONDO

La storia credo abbia un importanza capitale in qualsiasi scuola e per qualsiasi materia. Capire da dove viene un determinato canto, un particolare strumento vuole dire capire la funzione ed il collocamento sociale. Insomma vuol dire capire il perché sia arrivata a noi determinata musica. Questo lo si deve però mettere in relazione ai principali eventi storici di determinate aree geografiche. Si sta parlando in sintesi di collegare la storia della musica agli eventi sociali che ne hanno reso possibile lo sviluppo. Per chiarezza farò alcuni esempi. Si potrà discutere sul quale sia lo strumento musicale più antico finora ritrovato, il flauto di Divje Babe ritrovato in Slovenia 60000 anni fa, e ci si potrà chiedere come mai sia stato ritrovato lì e con l’aiuto di time line e mappe interattive si potrà osservare quali siano stati i movimenti dell’umanità nei tempi preistorici. Poi si potrà ascoltare un canto liturgico ortodosso e vederne le somiglianze con i canti sacri musulmani e vedere come si siano intrecciate e sviluppate queste due religioni. Gli esempi sono veramente numerosi ma di base questi ci sono utili per alcuni obiettivi didattici:

  1. Stimolare la curiosità sulla storia e le origini comuni dell’umanità 
  2. Ridurre i divari linguistici e culturali
  3. Osservare quanto abbiano in comune i popoli del passato e quanto condividiamo credenze e valori universali
  4. Offrire un quadro culturale che non crei divisioni o differenze ma stimoli il senso di fratellanza e di vicinanza culturale osservando gli enormi prestiti e scambi culturali fra popoli
  5. Apprendere la storia dei paesi osservati e relazionarli nello specifico alla storia d’Italia soprattuto per far comprendere agli studenti in che tipo si paese si trovino, e questo lo si può fare solo con l’aiuto della storia 


MUSICHE TRADIZIONALI DAL MONDO


Ultimo argomento trattato riguarda lo studio delle tradizioni culturali, delle musiche, dei costumi e delle usanze dei paesi di origine degli studenti. Osservando una classe del CPIA non si può non si può rilevare la enorme ricchezza culturale presente fisicamente nello spazio classe. Gambia, Bangladesh, Pakistan, Perù, Marocco, Ucraina, Cina, Afghanistan, Nigeria…e decine e decine di altri paesi ognuno con una storia ed un retaggio culturale immenso. Sarebbe un vero peccato non cercare di tirare fuori da questa “miniera” almeno un assaggio delle ricchezze culturali presenti in classe. Si potrà richiedere quindi ai singoli studenti di fare delle piccole ricerche sulla propria cultura e nello specifico sulla musica, specificando di concentrarsi sulla musica tradizionale e del passato. Ogni volta si scopriranno fenomeni nuovi ed affascinanti, sia per gli studenti che per i docenti. Questa attività è praticamente impossibile da esemplificare perché varia enormemente in base a quale studente effettua questa ricerca ma un obiettivo collaterale ma non meno importante sarà quello di stimolare gli studenti a “tradurre i propri pensieri”. Con questo si intende, come detto in precedenza, il fatto che gli studenti adulti hanno già delle proprie conoscenze e delle proprie idee, il problema è che raramente gli si chiede esplicitamente “dimmi cosa pensi di un determinato argomento che riguarda la tua cultura, il tuo passato, il tuo bagaglio culturale”. Credo sia fondamentale sfruttare la spinta motivazionale, la voglia di esprimere concetti propri, per stimolare la capacità linguistica di esprimersi in un altra lingua. Bisogna chiedere agli studenti di tradurre i propri pensieri, magari scrivendo prima nella propria lingua, trattando argomenti a loro familiari come appunto la propria tradizione e magari la propria musica, per poi tradurre in italiano i loro raginamenti. Gli adulti spesso devono solo ricordare di essere stati studenti, devono recuperare tutta una serie di pratiche che magari hanno già messo in atto in passato e che forse possono ancora recuperare. Anche qui è impossibile la generalizzazione vista l’enorme varietà di livelli di scolarizzazione presenti nei nostri Istituti ma comunque vale la pena tentare di recuperare ciò che è già presente nella formazione del singolo individuo sperando sempre di poter aggiungere nuovi elementi, nuovi punti di vista, nuove idee al bagaglio culturale di ognuno.

I CAMPI ENERGETICI - Intervento per il Podcast "La Tribù del Regista"




Questa volta la Tribù del Regista apre le porte di uno spazio che è al tempo stesso reale e virtuale ma ritengo proprio per questo concreto. I campi energetici che ci circondano. Cosa sono? Sono forze fisiche o spirituali? O nessuna delle due? Sono il modo in cui ci relazioniamo o il modo in cui potremmo relazionare con gli altri? Che bello porsi delle domande. Forse le domande sono proprio la chiave per aprire queste porte, per entrare in spazi nuovi. Porsi delle domande vuol dire attivare questi campi energetici. In quest’ottica mi viene in mente, anche qui, un brano musicale. Si chiama “The Unanswered Question” la domanda senza risposta, scritta nel 1906 dal compositore americano Charles Ives. E’ una musica assolutamente innovativa per l’epoca, non entro nei dettagli ma per semplificare osserviamo che nel brano, che è composto per 4 flauti, una tromba e un orchestra di archi, ognuno di questi tre elementi rappresenta un personaggio. La tromba rappresenta l’eroe che si interroga sul senso dell’esistenza, essa suona una piccola melodia che ripete per sei volte durante il brano, come se ripetesse sempre la stessa domanda. Ad essa tentano di rispondere i 4 flauti che rappresentano gli uomini che tentano in maniera disordinata di fornire delle spiegazioni ma ripsondono con frasi dissonanti, stonate, senza un ritmo preciso, quindi non riescono mai a trovare una risposta alla domanda ripetuta dalla tromba.

Il terzo personaggio sono gli archi che rappresentano, secondo l’indicazione del compositore, i Druidi, coloro che “sanno, vedono e non odono nulla”. Gli archi infatti fungono da sfondo sonoro durante tutto il brano con note lunghe e armoniose, imperturbabili, indifferenti al battibecco tra l’eroe e gli uomini.

Il brano dura 4 minuti e mezzo, è molto breve. Ma molto rappresentativo. In questo brano ci si pone una domanda a cui non si da risposta. Questo per me è un campo energetico, è una domanda senza risposta. Si aprono invece molte possibilità, si crea energia a cui tutti possono contribuire. Si accetta il mistero e se lo si fa insieme ci si sente più vicini. Magari ci si scherza su e si gettano le maschere, propio come si dice nella puntata in questione. Si getta la maschera delle certezza, della sicurezza, delle risposte facili. Sarebbe magnifico ritrovarsi e sorridere delle nostre incertezze, dei nostri dubbi che sono così importanti, così vitali, così delicati. Dobbiamo preservare i nostri dubbi, non cercare di scioglierli, di risolverli, almeno non tutti. Poi qui l’eroe si pone la domanda più grande, la domande sul senso dell’esistenza che rimane magnificamente irrisolta. L’ostinazione con cui a volte ci poniamo sempre la stessa domanda è già di per se una risposta. Invece la serenità con cui gli archi, o i Druidi, osservano questo battibecco, questa è la condizione a cui puntare. Ma il brano è sempre l’insieme di tutti e tre gli elementi. Domande, tentativi di risposte e serenità contemplativa. Questo è il campo energetico. Ma questo lo sperimentiamo nella vita quotidiana. Intorno a noi ci sono persone che hanno diversi ruoli nella nostra vita, alcune per noi sono fondamentali altre meno. Può capitare che qualcuno ci ponga una domanda importante per noi, a volte capita anche per caso, una domanda che ci spiazza, che ci fa riflettere. La domanda cambia se è posta da qualcuno a cui teniamo particolarmente oppure no. Se a farcela è un amico o un collega, un parente o un conoscente. In base alla situazione il nostro campo energetico cambia, se a porla è una persona che ci conosce profondamente, con cui abbiamo condiviso tanto, il campo energetico che viene attivato dalla domanda è potente, grande e può stimolare anche dei veri cambiamenti i noi. Altre volte invece la domanda non apre spazi di riflessione, non ci stimola e passa inosservata. Ma questo spesso campita a prescindere dalla nostra risposta. Anche se lì per lì rispondiamo con sicurezza e facilità può capitare che nel corso della giornata o nei giorni successivi quella domanda ritorni a noi con una forma diversa, se è una domanda importante questo succede spesso.

Allora noi possiamo rielaborare la risposta o pensare anche che quella non è la risposta esatta e che non siamo obbligati a rispondere. Qualcosa si è mosso, qualcosa ci ha fatto riflettere e delle volte (ed io credo anche più spesso di quanto crediamo) questo basta. Perché non abbiamo un reale bisogno di risposte ma più delle domande giuste.

Un esempio banale ma molto comune è l’oroscopo. Molti di noi dubitano della reale attendibilità della Astrologia, la vedono come un gioco, un passatempo, un modo per scherzare, e lo è. E’ divertente scherzare sugli astri, sui segni zodiacali ma dietro questa pratica si cela qualcos’altro. E credo sia sempre la stessa questione, è la domanda, ovvero la disponibilità ad ascoltare una lettura astrale, è la voglia di aprirsi e non ottenere una risposta chiara ma più di tipo oracolare, misteriosa, da interpretare.

Quando leggiamo l’oroscopo sappiamo che non sta dicendo la verità con la “V” maiuscola ma in quel momento stiamo al gioco, il gioco della assenza della ricerca della verità. Cerchiamo risposte che non siano risposte esaustive, la prendiamo alla leggera, ci sorridiamo su e siamo complici fra di noi, sia con chi ci ha fornito il responso astrologico sia se siamo con altri e ci confrontiamo, ad esempio, con le differenze tra un segno zodiacale e l’altro ed io sempre ritenuto molto affascinante questo fenomeno. Quando abbiamo voglia di prendere le cose alla leggera otteniamo molte più risposte di quando invece cerchiamo una risposta reale, concreta, definitiva. E la ricerca della risposta può essere invece molto dolorosa, è l’ostinazione presente nel brano di Ives, ostinato è un termine molto musicale, l’ostinato per eccellenza è la pulsazione ritmica del “Bolero” di Ravel. E quanta ostinazione vediamo intorno a noi, quanto poco dubbio e spazio di interpretazione. Ma nessuno ci obbliga a seguire quella corsa verso la risposta definitiva 


La musica nei minuti e nei secoli - Intervento per il podcast "La tribù del Regista"




La musica è l’arte di “decorare il tempo” diceva Jean-Michel Basquiat, una felice espressione per osservare una qualità fondamentale di qualsiasi musica: la propria natura temporale. La musica vive esclusivamente nel tempo, a differenza di altre arti, ha sempre un inizio e sempre una fine, o quasi, se si fa eccezione per la cosiddetta “musica delle sfere”, la musica provocata la movimento dei pianeti teorizzata nei secoli del passato, che invece dura dall’inizio dei tempi e prosegue fino alla fine dei tempi.

In questa puntata vorremmo cercare di stimolare qualche riflessione in più sulla natura temporale della musica in relazione ad alcuni concetti o parole chiave messe in gioco dalla Tribù del Regista. Anche qui non volendo trovare soluzioni ma aprendo spazi di interpretazioni e magari di scoperte. Rendendo gli ascoltatori partecipi e quindi attivi. 

Parlando dei minuti, ovvero del tempo quotidiano che viviamo ogni giorno, possiamo dire che ognuno di noi ha i propri tempi, in generale, di vita, di veglia, di sonno, tempi di reazione, tempi di fuga, tempi di risposta, tempi emotivi. La musica come si pone rispetto ai nostri tempi vitali? Ci si adagia sopra come fosse una coperta per riscaldarci, proteggerci, coccolarci, farci dormire, rilassare? Oppure può modificare i nostri tempi? Può allungare il tempo o contrarlo? Renderlo più breve? Sappiamo orientarci all’interno dei nostri tempi attraverso la musica o ci fa “perdere tempo” nel senso di perdere la cognizione del tempo?

Tante domande tutte con risposte personali, ma osserviamo alcuni esempi.

Sono a casa, sto facendo le pulizie, la radio è accesa, i pensieri vagano. Ad un certo punto dalla radio trasmettono una canzone che conosco e riconosco, il mio corpo si muove, canticchio alcune parti del ritornello continuando a fare quello che stavo facendo. Poi la canzone cambia o inizia una pubblicità. Quei 4 minuti di canzone sono stati diversi per me anche se in piccola parte. Hanno influenzato il modo in cui ho vissuto quello spazio temporale, mi hanno accompagnato. 

Un altra situazione: sono in treno, ho davanti a me un viaggio di tre ore, all’inizio leggo distrattamente qualcosa, mi guardo intorno, guardo il panorama che fugge, poi mi metto gli auricolari ed ascolto della musica che ho scelto di ascoltare (la scelta è fondamentale in certi casi). Sono passate due ore e non me ne sono accorto. La musica ha contratto la mia esperienza del tempo. Il tempo, come si dice, “è volato”. 

Oppure: un amico mi invita ad un concerto di musica barocca a cui io non sono abituato, mi siedo in una bella chiesa del centro ed inizia il concerto, i primi 5 minuti ascolto, mi guardo intorno e con il tempo la mia attenzione inizia a calare. Gli ultimi 30 minuti del concerto sono un agonia, penso solo a quando finirà e l’impazienza mi assale.  Il mio tempo si è dilatato e “non passava più”.

Ci sono molti esempi simili ma fermiamoci qui.

Cosa ci dice questo su i minuti della nostra vita? Ci dice prima di tutto che, molto facilmente, il tempo è relativo. Le esperienze piacevoli di solito contraggono il tempo, vola via, vorresti che i momenti di felicità non finissero mai. Le esperienza spiacevoli lo dilatano e sembrano non finire mai. La lancetta dell’orologio non ha sempre la stessa velocità nel mondo della musica e delle emozioni. 

Allora come possiamo gestire questa variabilità? 

In nessun modo. Questa è la natura più profonda della musica, la possiamo osservare ma alla fine l’unica cosa da fare e viverla.

Si diceva che la scelta è fondamentale. Si, perché come si è visto nei piccoli esempi proposti se io voglio ascoltare musica la mia mente si pone in uno stato di apertura, di disposizione all’ascolto, di libertà emotiva. Siamo ben disposti o predisposti o disponibili o accessibili nei confronti della musica. E’ tutto lì il segreto per cambiare il tempo e “decorarlo” con la musica. Al contrario quando non siamo disposti, siamo invece chiusi, refrattari, inaccessibili, la musica non accede al nostro mondo emotivo. Resta sulla porta, silenziosa. In attesa che le si dia il permesso di affacciarsi sulla stanza delle nostre emozioni. In alcuni casi può essere anche un fastidio, un disturbo, un rumore, cosa che ahimè capita sempre più spesso. Quando la musica viene utilizzata in modo erroneo o improprio sortisce l’effetto contrario.

Quindi la musica comprime o dilata i minuti della nostra vita quotidiana, oppure passa inosservata, o meglio inascoltata.


E cosa possiamo dire del rapporto tra la musica ed i secoli?

Credo che la musica, ed in particolare la storia della musica, possa insegnarci molto su come gli uomini del passato vivevano il loro tempo. Ad orientarci nel mare della storia dei secoli passati è il concetto di memoria. Spesso dimentichiamo che per buona parte della storia musicale, per non dire di quasi tutta la storia, la memoria ha giocato un ruolo fondamentale nella produzione e nella fruizione musicale. La musica esisteva solo se suonata dal vivo, già questa è un idea a cui non siamo più abituati, vista l’epoca tecnologica in cui viviamo. Per ascoltare musica c’è sempre stato bisogno di qualcuno che la suonasse lì, di fronte a te. E spesso chi suonava aveva una memoria musicale enorme, sviluppata con anni di pratica. Gli esempi sarebbero veramente tanti ma ci basta pensare al famoso aneddoto legato alla figura di Mozart. Pare che il giovane salisburghese a soli 14 anni avesse trascritto l’intero Miserere di Gregorio Allegri dopo averlo ascoltato una volta sola. Si tratta di un opera che si poteva ascoltare solo nella Cappella Sistina perché ne erano state vietate le esecuzioni fuori da quello specifico luogo di culto. Ora pare che l’aneddoto non abbia reali fondamenti storici ma ci fa riflettere sul fatto che in passato se volevi memorizzare una musica di cui non erano disponibili spartiti o trascrizioni dovevi fare appello esclusivamente alla tua memoria. I musicisti del passato dovevano per forza di cose fare appello alla propria memoria, gli spartiti, la notazione musicale sono stati a lungo dei meri supporti mnemonici, delle tracce con cui ricostruire la musica da eseguire. Questo è tanto più vero man mano che andiamo indietro con i secoli. Il famigerato Canto Gregoriano, che in maniera semplicistica, indica il repertorio enorme di canti liturgici legati ai vari riti cattolici nella prima Chiesa Cattolica Romana a partire più o meno dal XVI secolo, necessitava di una conoscenza mnemonica enorme. I canti venivano prima imparati a memoria e poi riportati alla mente con l’aiuto della scrittura musicale dell’epoca, una complessa forma di notazione musicale che variava da monastero a monastero e di epoca in epoca. Per molti secoli senza la memoria non ci sarebbe stata musica. Tuttora è così per le musiche tradizionali di moltissime parti del mondo, dove la musica si tramanda esclusivamente in modo orale. L’oralità è basata sulla memoria, sul tramandare a voce il canto, la melodia, il ritmo ed ogni elemento necessario a far vivere la musica.

La questione diventerebbe particolarmente tecnica ma noi qui volgiamo solo riflettere, come anticipato, sulla natura temporale della musica. La musica dilata e contrae il tempo, ed è da sempre legata alla capacità di ricordare, di memorizzare, così come è legata all’oblio, all’assenza di memoria. Noi dimentichiamo sempre più facilmente la musica perché siamo sempre più aiutati dal supporto tecnologico. Ascoltare musica ora è facilissimo. Basta tenere in mano il proprio smartphone e la musica arriva. Accendere il proprio pc e la musica si presenta, accendere una TV e la musica ci assale. E’ quasi più difficile stare in silenzio per cercare, magari, di canticchiarsi una melodia in testa. Potremmo provarci anche ora, fermarci, concentrarci e vedere quante melodie riusciamo a cantarci in testa. Quanta musica abbiamo memorizzato? Quante note? Quanti ritmi?

Ma sappiamo che il mondo cambia e la musica cambierà sempre con esso, l’importante è non dimenticare la sua storia, la nostra storia, fatta di minuti e di secoli.