La musica è l’arte di “decorare il tempo” diceva Jean-Michel Basquiat, una felice espressione per osservare una qualità fondamentale di qualsiasi musica: la propria natura temporale. La musica vive esclusivamente nel tempo, a differenza di altre arti, ha sempre un inizio e sempre una fine, o quasi, se si fa eccezione per la cosiddetta “musica delle sfere”, la musica provocata la movimento dei pianeti teorizzata nei secoli del passato, che invece dura dall’inizio dei tempi e prosegue fino alla fine dei tempi.
In questa puntata vorremmo cercare di stimolare qualche riflessione in più sulla natura temporale della musica in relazione ad alcuni concetti o parole chiave messe in gioco dalla Tribù del Regista. Anche qui non volendo trovare soluzioni ma aprendo spazi di interpretazioni e magari di scoperte. Rendendo gli ascoltatori partecipi e quindi attivi.
Parlando dei minuti, ovvero del tempo quotidiano che viviamo ogni giorno, possiamo dire che ognuno di noi ha i propri tempi, in generale, di vita, di veglia, di sonno, tempi di reazione, tempi di fuga, tempi di risposta, tempi emotivi. La musica come si pone rispetto ai nostri tempi vitali? Ci si adagia sopra come fosse una coperta per riscaldarci, proteggerci, coccolarci, farci dormire, rilassare? Oppure può modificare i nostri tempi? Può allungare il tempo o contrarlo? Renderlo più breve? Sappiamo orientarci all’interno dei nostri tempi attraverso la musica o ci fa “perdere tempo” nel senso di perdere la cognizione del tempo?
Tante domande tutte con risposte personali, ma osserviamo alcuni esempi.
Sono a casa, sto facendo le pulizie, la radio è accesa, i pensieri vagano. Ad un certo punto dalla radio trasmettono una canzone che conosco e riconosco, il mio corpo si muove, canticchio alcune parti del ritornello continuando a fare quello che stavo facendo. Poi la canzone cambia o inizia una pubblicità. Quei 4 minuti di canzone sono stati diversi per me anche se in piccola parte. Hanno influenzato il modo in cui ho vissuto quello spazio temporale, mi hanno accompagnato.
Un altra situazione: sono in treno, ho davanti a me un viaggio di tre ore, all’inizio leggo distrattamente qualcosa, mi guardo intorno, guardo il panorama che fugge, poi mi metto gli auricolari ed ascolto della musica che ho scelto di ascoltare (la scelta è fondamentale in certi casi). Sono passate due ore e non me ne sono accorto. La musica ha contratto la mia esperienza del tempo. Il tempo, come si dice, “è volato”.
Oppure: un amico mi invita ad un concerto di musica barocca a cui io non sono abituato, mi siedo in una bella chiesa del centro ed inizia il concerto, i primi 5 minuti ascolto, mi guardo intorno e con il tempo la mia attenzione inizia a calare. Gli ultimi 30 minuti del concerto sono un agonia, penso solo a quando finirà e l’impazienza mi assale. Il mio tempo si è dilatato e “non passava più”.
Ci sono molti esempi simili ma fermiamoci qui.
Cosa ci dice questo su i minuti della nostra vita? Ci dice prima di tutto che, molto facilmente, il tempo è relativo. Le esperienze piacevoli di solito contraggono il tempo, vola via, vorresti che i momenti di felicità non finissero mai. Le esperienza spiacevoli lo dilatano e sembrano non finire mai. La lancetta dell’orologio non ha sempre la stessa velocità nel mondo della musica e delle emozioni.
Allora come possiamo gestire questa variabilità?
In nessun modo. Questa è la natura più profonda della musica, la possiamo osservare ma alla fine l’unica cosa da fare e viverla.
Si diceva che la scelta è fondamentale. Si, perché come si è visto nei piccoli esempi proposti se io voglio ascoltare musica la mia mente si pone in uno stato di apertura, di disposizione all’ascolto, di libertà emotiva. Siamo ben disposti o predisposti o disponibili o accessibili nei confronti della musica. E’ tutto lì il segreto per cambiare il tempo e “decorarlo” con la musica. Al contrario quando non siamo disposti, siamo invece chiusi, refrattari, inaccessibili, la musica non accede al nostro mondo emotivo. Resta sulla porta, silenziosa. In attesa che le si dia il permesso di affacciarsi sulla stanza delle nostre emozioni. In alcuni casi può essere anche un fastidio, un disturbo, un rumore, cosa che ahimè capita sempre più spesso. Quando la musica viene utilizzata in modo erroneo o improprio sortisce l’effetto contrario.
Quindi la musica comprime o dilata i minuti della nostra vita quotidiana, oppure passa inosservata, o meglio inascoltata.
E cosa possiamo dire del rapporto tra la musica ed i secoli?
Credo che la musica, ed in particolare la storia della musica, possa insegnarci molto su come gli uomini del passato vivevano il loro tempo. Ad orientarci nel mare della storia dei secoli passati è il concetto di memoria. Spesso dimentichiamo che per buona parte della storia musicale, per non dire di quasi tutta la storia, la memoria ha giocato un ruolo fondamentale nella produzione e nella fruizione musicale. La musica esisteva solo se suonata dal vivo, già questa è un idea a cui non siamo più abituati, vista l’epoca tecnologica in cui viviamo. Per ascoltare musica c’è sempre stato bisogno di qualcuno che la suonasse lì, di fronte a te. E spesso chi suonava aveva una memoria musicale enorme, sviluppata con anni di pratica. Gli esempi sarebbero veramente tanti ma ci basta pensare al famoso aneddoto legato alla figura di Mozart. Pare che il giovane salisburghese a soli 14 anni avesse trascritto l’intero Miserere di Gregorio Allegri dopo averlo ascoltato una volta sola. Si tratta di un opera che si poteva ascoltare solo nella Cappella Sistina perché ne erano state vietate le esecuzioni fuori da quello specifico luogo di culto. Ora pare che l’aneddoto non abbia reali fondamenti storici ma ci fa riflettere sul fatto che in passato se volevi memorizzare una musica di cui non erano disponibili spartiti o trascrizioni dovevi fare appello esclusivamente alla tua memoria. I musicisti del passato dovevano per forza di cose fare appello alla propria memoria, gli spartiti, la notazione musicale sono stati a lungo dei meri supporti mnemonici, delle tracce con cui ricostruire la musica da eseguire. Questo è tanto più vero man mano che andiamo indietro con i secoli. Il famigerato Canto Gregoriano, che in maniera semplicistica, indica il repertorio enorme di canti liturgici legati ai vari riti cattolici nella prima Chiesa Cattolica Romana a partire più o meno dal XVI secolo, necessitava di una conoscenza mnemonica enorme. I canti venivano prima imparati a memoria e poi riportati alla mente con l’aiuto della scrittura musicale dell’epoca, una complessa forma di notazione musicale che variava da monastero a monastero e di epoca in epoca. Per molti secoli senza la memoria non ci sarebbe stata musica. Tuttora è così per le musiche tradizionali di moltissime parti del mondo, dove la musica si tramanda esclusivamente in modo orale. L’oralità è basata sulla memoria, sul tramandare a voce il canto, la melodia, il ritmo ed ogni elemento necessario a far vivere la musica.
La questione diventerebbe particolarmente tecnica ma noi qui volgiamo solo riflettere, come anticipato, sulla natura temporale della musica. La musica dilata e contrae il tempo, ed è da sempre legata alla capacità di ricordare, di memorizzare, così come è legata all’oblio, all’assenza di memoria. Noi dimentichiamo sempre più facilmente la musica perché siamo sempre più aiutati dal supporto tecnologico. Ascoltare musica ora è facilissimo. Basta tenere in mano il proprio smartphone e la musica arriva. Accendere il proprio pc e la musica si presenta, accendere una TV e la musica ci assale. E’ quasi più difficile stare in silenzio per cercare, magari, di canticchiarsi una melodia in testa. Potremmo provarci anche ora, fermarci, concentrarci e vedere quante melodie riusciamo a cantarci in testa. Quanta musica abbiamo memorizzato? Quante note? Quanti ritmi?
Ma sappiamo che il mondo cambia e la musica cambierà sempre con esso, l’importante è non dimenticare la sua storia, la nostra storia, fatta di minuti e di secoli.