venerdì 13 novembre 2020

Rotte Atlantiche 2°episodio - Musica in America del Sud


Ora arriva la parte difficile del viaggio. 

Questo è il secondo post dedicato alla musica nelle colonie americane, che fa seguito al breve excursus sulle origini della musica in America del Nord pubblicato in questo blog.

Si è parlato delle colonne d'Ercole, dei canti dei padri pellegrini, dei primi compositori americani di nascita e dello sviluppo del music business. Si è volutamente evitato di parlare della musica afro-americana, sia per motivi tecnici (un solo post non basta) sia per motivi teorici/tecnici. Si, perché personalmente credo che sia impresa ardua trattare quest'argomento. La musica di origine africana nel New England e in generale negli Stati Uniti fino al XVIII secolo sembra prevalentemente bianca, almeno così viene descritta in alcuni testi di storia della musica Americana. Sono convinto di non aver scavato abbastanza e so che in altre trattazioni ci saranno maggiori riferimenti a come la musica degli schiavi provenienti dall'Africa abbia influenzato la produzione musicale nelle prime colonie Inglesi. Ma c'è una differenza che salta agli occhi osservando, anche se superficialmente, lo sviluppo e la storia invece della musica nelle colonie spagnole e portoghesi nel centro America, nel sud e nei Caraibi: la totale "mescidazione" delle tre macro-culture che sono venute in contatto a partire dal 1492, ovvero quella europea, quella degli Indios e quella africana. 

Nel New England e negli Stati Uniti del 1776 questo non sembra essere avvenuto. Gli Indiani d'America, i "pellerossa" per usare un termine da cowboy, non hanno posto nelle storia della musica americana.  I primi studi sulla cultura Indiana risalgono al 1880 con Theodore Baker, poco prima nel 1794 James Hewitt utilizza un tema Indiano nella sua Tammany. Lo stesso vale per la musica africana almeno fino alla seconda meta del 18° secolo, ed è solo nel 1819 che troviamo una delle prime attestazioni di musica spiritual.

Totalmente diverso è lo scenario del Sud. I motivi possono essere così riassunti:

- i primi conquistadores sono spronati dai Reyes Catolicos, Isabella e Ferdinando, che finanziano i viaggi di Colombo, nella evangelizzazione e conversione degli Indios. La Chiesa stessa incentiva e a volte impone questa missione

- la musica viene da subito utilizzata a questo scopo e si sa che qui cantat bis orat

- sulle navi spagnole e portoghesi non ci sono famiglie in fuga che cercano fortuna ma uomini soldati che hanno appena trovato la fortuna. Delle 550 persone a bordo del galeone comandato da Hernan Cortés solo 9 sono donne. Molti dei vari esploratori europei ricreano a volte veri e propri "harem" di donne indigene, famosa è appunto la storia di Malintzin, detta "La Malincha", amante e traduttrice di Cortés.

- l'opera dei missionari prima Domenicani e Francescani, poi soprattutto Gesuiti (fino alla loro espulsione nel  1767) è volta a convertire gli Indios e successivamente ad emanciparli e delle volte a difenderli dagli stessi Spagnoli

Gli Spagnoli con la spada e l'archibugio, i missionari con la croce ed il canto, si uniscono da subito con le popolazioni del Nuovo Mondo. E ricordiamoci che i primi spagnoli in Messico e nei Caraibi provengono per 1/3 dall'Andalusia. Una regione arcaica che porta con se un cattolicesimo arcaico, fortemente "mediterraneo" se così si può definire. Il culto dei Santi nella Spagna del XV secolo risente ancora gli echi del politeismo antico e si fonde perfettamente con le divinità panteistiche degli Aztechi dei Maya e degli Inca. I nomi delle divinità indigene vengono così sostituite con i "nostri" Santi e sulla croce viene affisso il simbolo, per esempio, del Sole (da cui probabilmente derivava già una parte dell'iconografia cristologica, ma questa è un altra storia).

È risaputo che l'arrivo degli Europei nel Nuovo Mondo ha prodotto una vera e propria ecatombe di uomini, donne e bambini. Il primo Olocausto della Storia Europea. I conquistadores ed in generale la Corona Spagnola non ha mostrato in questo nessuna cristianità, o meglio ha piegato il messaggio del Vangelo ai propri scopi. I teologi si sono a lungo domandati, nelle loro sontuose Abbazie, se gli Indios avessero o no un anima e di conseguenza se non fosse inutile tentare di convertirli. Sarebbe stata fatica sprecata ed allora hanno pensato bene di considerarli essere inferiori, primitivi, indegni del regno dei cieli ma sicuramente degni degli inferi perché questo avvenne, fu ricreato l'inferno in terra. Uno dei protagonisti di questa vera bolgia (ma potremmo dire "Borgia") infernale fu Papa Alessandro VI. Nella bolla Inter Caetera egli afferma che bisogna convertire tutti gli Indios anche a costo di usare la violenza. Figuriamoci come poterono reagire non solo i conquistadores ma i soldati, i gendarmi, i mozzi a questa demoniaca "concessione". La strage fu leggittimata!


Nella stessa bolla inoltre il Papa getta le basi per quello che sarà uno dei trattati più curiosi della storia. Il Trattato di Tordesillas (sancito da Giulio II) in cui, in breve, la Spagna ed il Portogallo tracciarono una bella linea (raya) ad ovest di Capo Verde e dissero: "a sinistra è tutto mio (Spagna) e a destra è tutto tuo (Portogallo)", come quando una lunga partita a risiko finisce con gli ultimi due partecipanti che per pigrizia la tagliano corta e si spartiscono il mondo.


Concordo con il prof. Barbero quando dice che il motto "la storia la fanno i vincitori" sia una stupidaggine. Se dovessimo accettarla la nostra visone sui fatti verrebbe immediatamente inquinata da questo preconcetto.

Anche perché la realtà, in fine, è molto più interessante e molto meno condizionata dai nostri giudizi di valore. E quindi scopriamo che la maggior parte degli Indios non morì per mano dell'esercito Spagnolo e Portoghese. A causa loro, ma non per mano loro. 

Furono soprattutto le malattie che portarono sull'orlo dell'estinzione le popolazioni native del centro e sud America, ed in alcuni casi ci riuscirono, come in alcune isole dei Caraibi. E pensare che una delle cose che rendeva "arretrati" gli Indios agli occhi degli "evoluti" Europei fu l'assenza della ruota! Quella che per noi è il simbolo stesso dell'evoluzione umana (da uomo primitivo a uomo moderno) in quella parte del mondo semplicemente non c'era. Il motivo anche qui è semplice: non essendoci animali da soma e terreni adatti a certi tipi di colture il carro trainato non ha ragion d'essere. La cosa curiosa è che gli animali, e qui facciamo un salto alla più recente attualità, quando entrano nella catena alimentare dell'uomo possono generare anche delle pandemie! Così i nostri cari asinelli, buoi, mucche e cavalli ci hanno messo in contatto, nei secoli, con migliaia di virus ed infezioni a cui, ovviamente, dall'altra parte del mondo non hanno saputo trovare alcun rimedio. Sono scomparsi così gli imperi d'oro dei Maya, degli Aztechi e degli Inca, questi ultimi scomparsi per il 90% nel giro di una decade.

Aggiungiamo in fine che l'arrivo degli europei fu visto da alcune tribù addirittura provvidenziale! Senza entrare sulla spinosa questione dei segni divinatori interpretati da Moctezuma, sappiamo però che gli Aztechi avevano da non molto colonizzato a loro volta parte del centro america, a discapito dei gruppi meno resistenti che furono spesso trucidati e sacrificati a Huitzilopochtli. Quando i capi tribù videro che gli Spagnoli nelle loro luccicanti corazze ingaggiarono furiose battaglie contro gli spietati Aztechi non ci pensarono due volte prima di allearsi al fianco di questi "alieni" venuti dal cielo. Agli Spagnoli non sembrava vero e ci misero poco, dopo la vittoria, ad assoggettare i loro stessi alleati. 

Il potere sostenuto anche da eventi fortunati è sempre visto come "benedetto" dal Signore e quindi buono e giusto.

Lo so! Anche qui vi chiederete...ma la musica?? 

Vi chiedo scusa, è che queste storie sono troppo interessanti per essere tralasciate ed ad ogni modo c'è già molta musica in tutto ciò. Riprendiamo il concetto iniziale di mescidazione. Dopo queste considerazioni possiamo intuire quanto diversa sia stata la nascita della musica cosiddetta "latino-americana" rispetto a quella a noi più familiare musica "americana". I nativi ebbero una enorme influenza sulla società, l'arte e la musica coloniale di questo territorio. Si può parlare di "sincretismo musicale" quando vengono introdotti gli strumenti a corde europei, come liuti, rebeche, violini, arpe e chitarre (sconosciuti nel continente americano ma in seguito dominanti, ad esempio, nella forma del Charango), insieme alle percussioni e gli idiofoni (principalmente marimbe) di origine africana. Forme musicali europee vengono adottate nelle colonie (Villancicos, Romances, Guarachos, Tonadillas, e danze quali Passacaglie, Minuetti, Jotas, Malaguenas e perfino Tarantelle). Alcune danze nascono "sull'Oceano", di passaggio tra Americhe e Europa, una fra tutte la Ciaccona, di cui scrive Cervantes ne La illustre fregona:

Nel ballo della Ciaccona sta il segreto della vita bona

Vengono adottati i complessi strumentali di flauti e percussioni sui modelli della marina Inglese.

Alcuni elementi sono marchi di fabbrica di questo sincretismo. Ad esempio la sesquialtera, anche detta hemiola, è una figurazione ritmica che contrappone, o giustappone, il ritmo di 3/4 con il 6/8. Per farvi capire pensate al famoso motivo di "west side story" di Leonard Bernstein in cui vengono accentati in maniera apparentemente irregolare le parole scritte in neretto qui di seguito:

I like to be in A-me - ri - ca     Okay by me in A-me - ri - ca

con una scansione che potremmo scrivere numericamente come: 

1  2    3                  1   2    3            1  2           1  2           1  2 

ritmo diffusissimo in latino-America, ad esempio nel Son Jaroche Messicano, nello Jaropo Venezuelano, nella Polca Paraguayana, nella Cueca Cilena, nella Zamba e Chacarera Argentina.

Questo ritmo vivace apparteneva alla musica soprattuto profana dell'Europa del XIV e XV secolo al quale si aggiunse nel Nuovo Mondo l'energica carica ritmica africana. Senegal, Guinea, Costa d'Avorio, Ghana, Togo, Benin e Nigeria sulla costa Ovest e Gabon, Congo e Angola nella parte centrale sono le zone maggiormente condizionate dalla tratta degli schiavi diretta in in America. Di conseguenza la musica latino americana è (ancora oggi) influenzata da elementi di chiara derivazione africana, ed è:

- Fortemente sincopata: oltre alla sesquialtera abbiamo altri procedimenti come la più famosa clave ed i tresillo e cinquillo

- Bipartita con finale aperto

- Costituita spesso da brevi frasi ripetute in call-and-response (chiamata e risposta)

- Caratterizzata dall'uso delle percussioni

Nelle colonie l'organizzazione sociale era strettamente strutturata secondo le encomiendas, un sistema sociale-politico ed economico complesso che dava a grandi linee diritti di usufrutto dei territori in base la ricavato produttivo, e Vicereami che comprendevano spazi geografici enormi:

Nuova Spagna comprendente Messico, Caraibi e parte della California. Nuova Granada con Colombia, Ecuador e Venezuela. La Plata con Bolivia, Paraguay, Uruguay e Argentina. Vicereame del Perù con Perù e Cile. 

Il Brasile era sotto il dominio dei Portoghesi. Le Cattedrali ovviamente erano centri organizzativi che scandivano e organizzavano la vita comunitaria delle prime colonie fino alla nascita delle grandi metropoli che noi tutti conosciamo. La prima fu Santa Maria la Menor in Repubblica Dominicana, fondata nel 1514. Poi venne Santiago in Cuba (1522) e a seguire le Cattedrali a Città del Messico, a Puebla, Lima, Sucre e altre. Ognuna di queste ebbe un suo sviluppo musicale precipuo che è impossibile sintetizzare qui ma tutte hanno in comune alcune caratteristiche musicali:

- Vi si studiava e praticava il Canto Gregoriano (nella forma e nei modi Spagnoli e ovviamente Italiani dell'epoca)

- Si scriveva ed eseguiva musica Polifonica strettamente derivata dall'"epoca d'oro" della polifonia europea ma con, alle volte, sostanziali differenze 

- Si cantava musica di stampo "italiano" con l'uso della policoralità e delle varie forme derivate dal melodramma barocco e da tutta la musica teatrale tra XVII e XX secolo

Detto ciò ascoltiamola questa musica!

Iniziamo con Hernando Franco (1532-1585), spagnolo, che per motivi di riduzione di salario si trovò nella necessità di trovare un altro impiego. Andò così a ricoprire il ruolo di Maestro di Cappella nella cattedrale di Santiago de Guatemala (dove anche qui subì una riduzione salariale!) ed in seguito a Città del Messico dove rimase fino alla morte. Il "Franco Codex" dove sono raccolte molte delle sue composizioni viene considerato come uno dei "monumenti" della musica americana. Ma è nel "Valdes Codex" che troviamo due Inni alla Vergine attribuiti a Franco ma che con buona probabilità sono stati composti da un allievo Indios di Franco che, come era in uso, prese il suo nome. Questi inni sono scritti in lingua Nahuatl, la lingua parlata dagli Aztechi!          

              

La musica, si diceva, fu uno degli strumenti più potenti per evangelizzare le popolazioni indigene ed il sincretismo musicale risultante fu onnipresente in tutto il territorio. Testimonianze già nella prima decade del 1500 descrivono la facilità con cui gli Indios imparano ad eseguire i canti liturgici anche in polifonia. Dopo la metà del XVI secolo troviamo in diverse colonie molti cori formati da nativi. A prendere parte a questi corsi sono solitamente degli Indios di livelli sociali elevati, spesso figli dei vecchi capi dei nativi, ormai deposti. Nel 1540 il francescano Francisco de Gand scrive direttamente a Carlo V:

L'esperienza ha mostrato quanto grandemente gli indiani siano edificati dalla polifonia, e come siano appassionati dalla musica in generale; in verità, i padri che lavorano direttamente con loro e che ne raccolgono le confessioni ci dicono come, più che dalle prediche, gli indiani proprio dalla musica vengano convertiti

Certo, come abbiamo visto, non fu tutto così pacifico. Basta riportare un aneddoto in cui ad un missionario spagnolo, dopo aver spiegato e decantato le meraviglie del regno dei cieli che ci attende oltre la vita, l'Indios da convertire chiede: "ci sono Spagnoli in paradiso?", alla riposta positiva del frate la secca replica: "allora non voglio andarci!"

Indios cantano Inni cattolici

In ciò il film "Mission", di Roland Joffè -1986, dipinge un quadro veritiero della vita all'interno delle missioni anche se edulcorata a fini di intrattenimento. In particolare l'immagine di Padre Gabriel che suona l'oboe fra gli indigeni Guaranì è volutamente simbolica ma si basa su dati storici. 

Un altro compositore particolarmente rilevante in questa fase è Gaspar Fernandez (1566-1629). Portoghese, è il primo autore senza dubbi di attribuzione del Nuovo Mondo. Scrisse musica in latino ed in lingua vernacolare. A quest'ultimo ambito appartiene il suo corpus di polifonia vernacolare che comprende 250 Villancicos. Il Villancico è una forma musicale spagnola e portoghese, praticata già nel '400, di cui fu maestro Juan del Encina. Composta da strofe (coplas) e ritornelli (estrebillio) inizialmente trattava temi popolari e di amor cortese (come la "frottola" e la "chanson"), in seguito fu sottoposta ad un travestimento spirituale, anche detta in maniera pittoresca "vuelta a lo divino" e finì ad assomigliare alla Lauda italiana. Con il tempo venne assorbito anche nella stessa pratica liturgica.

In America Latina il Villancico è, come in Europa, polifonico, ternario, con uso di strumenti di rinforzo, percussivo e con temi testuali ottimistici. A differenza dell'Europa vengono praticate variazioni che prendono in prestito elementi musicali Indigeni, come i Villancicos de l'Indios, in lingua Nahuatl o Quetchua, ed elementi Africani, che tentano di imitare i dialetti e le musiche degli schiavi, come i Villancicos Guineo.

È questo il caso del brano di Fernandez Eso Rigor e' Repente il cui testo recita:

Sicuramente vi giuro che, sebbene il bambinello sia nato un pò bianco, siamo noi, tutti, i suoi fratelli. E anche se noi non siamo molto bianchi, suona il tamburello caro negro, canta fratello! [...] Suoniamo una Sarabanda, la più veloce e chiassosa! Questa notte anche noi saremo bianchi, e allora quanto rideremo!

            

Oltre al testo in cui gli schiavi vengono identificati con Gesù Bambino (anche qui viene in mente Lucio Dalla, come nel primo post!) non vi sembra particolarmente curioso che un portoghese alla fine del '500 sia così disinvolto nel mescolare alla musica appresa in patria andamenti e sentori ritmici e melodici così esotici? Vi assicuro che non era cosa comune. Il Villancico polifonico raggiunse il suo apice in Messico durante il periodo in cui operò Juan Gutierrez de Padilla il quale utilizzo i testi della famosa poetessa Sor Juana Ines de la Cruz, in cui vengono imitati i dialetti africani, come nel caso di A Siolo Flasiquiyo che segue la forma di el canario, in riferimento all'importanza delle Isole Canarie nella tratta degli schiavi nel 17° e 18° secolo. 

                 

Siamo a solo un secolo delle scoperta dell'America e la musica ha già assorbito elementi nuovissimi e si è spinta oltre i propri confini strutturali comunemente accettai. In questo brano tutti gli elementi compositivi possono essere ricondotti a tecniche "tradizionali"che però vengono esaltati e svincolati da usi rigorosi (per quanto un brano profano possa essere "rigoroso").  Un altro brano come Xicochi Conentzintle sempre di Gaspar Fernandes utilizza sempre la lingua Nahuatl per cantare in questo caso una bambina, e questa versione con cori di voci bianche credo renda bene la modalità esecutiva dell'epoca.
              
In lingua Quechua è invece l'inno anonimo Hanacpachap Cussicuinin che risulta essere il primo brano polifonico stampato nel nuovo mondo, composto prima del 1622.

In seguito iniziò a proliferare l'opera di numerosi musicisti nel centro e sud America che svilupparono un linguaggio in parte derivato dagli stilemi europei, soprattutto derivati da modelli "classici" in cui vengono fusi elementi autonomi come nel caso della "scuola andina" con Juan de Araujo che fu uno degli ultimi a comporre Villancicos in stile vernacolare.


O come nell'anonimo Sa qui turu zente pleta appartenente al manoscritto di Santa Cruz di Coimbra, in Portogallo, quindi non più nelle Americhe. Questa musica "sincretica" ha fatto ritorno in patria ed ha portato con se questo nuovo idioma mestizos.


Ed ecco arrivare gli onnipresenti italiani, il primo a ricoprire la carica di maestro di cappella fu Ignacio Jerusalem a Città del Messico nel 1749, anche se già nel 1717 operava in Argentina Domenico Zipoli, un personaggio molto particolare che si unì ad una compagnia di gesuiti in Spagna per portare il messaggio del vangelo, in forma "musicale", nel nuovo mondo. Scrisse addirittura un opera sul fondatore del movimento, Sant'Ignacio di Loyola, rinomato per i suoi "esercizi spirituali". In quest'opera parzialmente ricostruita Sant'Ignacio canta con voce da controtenore, come era in uso nel 18° secolo in mancanza di castrati, che comunque furono presenti, seppur in numero esiguo, anche nel Nuovo Mondo. Vi suggerisco questo passaggio in cui il Santo duetta con un angelo in moto tanto armonioso quanto, come dire, spaesante.


             
Non posso non far riferimento in questa breve sintesi della musica post-coloniale alla musica in Brasile ed al fenomeno del "mulattismo musicale". 
Sappiamo che una città come Bahia fu uno dei maggiori centri della tratta degli schiavi in Sud America, di conseguenza iniziarono ad operare numerosi musicisti neri. Luis Alvares Pinto, un mulatto, un pardo, inteso come persona di origine africane ed europee o africane e indigene, scrisse anche un trattato (Arte de Solfejar- 1761) che divenne il primo testo di questo genere scritto da un nativo del Nuovo Mondo. 
Mentre nel Nord America (vi ricordate il Reverendo Thomas Walter nel 1721?) erano esclusivamente bianchi (inglesi) a scrivere trattati e manuali, in Brasile abbiamo un mulatto. Il termine mulatto ha origini dispregiative, in un certo senso, perché fa riferimento al mulo, incrocio tra asino e cavallo, ma se vogliamo potremmo pensarlo come il simbolo della mescidazione, del sincretismo, del "mescolone" a cui tutti noi apparteniamo oggi e non faccio fatica ad immaginarci tutti dei muli, testardi e bastonati, caparbi ma frustrati, ma - usando un termine che poco mi sta a genio - "resilienti".
 

Poi avvenne l'incredibile evento di Minais Gerais, uno stato nel sud-est del Brasile dove vennero trovati enormi giacimenti di oro, argento e pietre preziose. Fino ad allora la musica in queste zone non aveva avuto lo stesso sviluppo del centro America, possiamo dire che era quasi assente. Ma dopo queste scoperte ci fù addirittura una legge emanata dal Re del Portogallo in cui si tentò di limitare l'emigrazione in massa che rischiò di spopolare il Portogallo. Un pò come la conquista del West ma in maniera molto più "mediterranea".
Quando si seppe di questi giacimenti migliaia di persone, europei, indios e soprattuto schiavi o ex-schiavi confluirono in queste regioni. La musica ovviamente ne giovò profondamente. Qui i musicisti furono anche liberi dal controllo della Chiesa e poterono fondarsi in Irmandade, fratellanze o corporazioni di musicisti che gestivano e ridistribuivano gli ingaggi e le commissioni musicali per feste ed eventi celebrativi di ogni sorta. Ah! Che luogo sarà stato! Musicisti e pubblico mescolati agli inizi di quello che sarà poi uno dei luoghi più complessi al mondo, con le musiche più incredibili del mondo, ed io credo che se c'è una musica a cui non si può opporre resistenza questa è proprio la musica brasiliana. 
Ci fu addirittura un movimento chiamato Arcadia Ultramarina! Vi rendete conto? L'Arcadia! Il fenomeno culturale più stravagante ed onirico della storia europea aveva una sua controparte dall'altra parte del mondo a ridosso della foresta amazzonica. Werner Herzog in Fitzcarraldo ha solo sfiorato con la fantasia quella che fu la realtà dei fatti. 
Ed arriviamo cosi a Rio de Janeiro, alla modinha, un tipo di canzone d'amore simile alla romanza francese, che ha carattere sillabico, sincopato e si canta in duo. Il ritmo è scandito sulla figura di semicroma-croma-semicroma, che si relaziona con la danza afro-brasiliana detta lundu, il quale a sua volta aprirà ala strada al samba!
E non si è parlato della Colombia, della Bolivia, della Jamaica, del Perù!

Abbiamo solo iniziato. 

Ed io qui finisco. 

Con una ninna nanna. Vi do la buona notte perché il viaggio è stato lungo e faticoso, ricomincerà, ma non ora, il vento non si ferma, le navi salperanno. Le vele issate si gonfieranno come polmoni prima di raccontare una lunga, lunghissima storia, come quei flauti andini che richiedono i polmoni di chi vive  in alta quota in assenza di ossigeno. 
I canti in spagnolo, i flauti indios e le percussioni africane del conjunto de gaitas, sottocoperta, nel lungo viaggio, non possono far altro che unirsi, anche se parlano lingue musicali diverse. Davanti alla paura del naufragio siamo tutti uguali, tutti fratelli e sorelle. 
Una volta scesi a terra torneremo ad ignorarci ma il viaggio dobbiamo farlo insieme, per cui leviamo le ancore che a terra ci siamo stati abbastanza! 

Svegliati negrito!

martedì 27 ottobre 2020

Rotte Atlantiche 1°episodio - Musica in America del Nord

 

Plus Ultra

Questo post ed il prossimo sono la "trascrizione" sommaria dei miei due interventi in occasione del Festival "Medintorpigna" svoltosi tra il 16 ed il 18 e tra il 23 ed il 25 Ottobre 2020 al parco Sangalli nel quartiere di Torpignattara a Roma. Agli organizzatori, nella persona di Laurent Andreoli, va il mio ringraziamento per avermi "gettato" in questo Oceano di musiche, ringrazio tutta la sua famiglia ed i collaboratori  - Flor, Marcello, Hector, Arthur, Valentina e il Brigante - per il supporto e la fiducia dimostratami

Questa è una storia oceanica. Ne conosciamo le sponde ma non sappiamo da dove giungono i flutti di questo vasto mare. Arriva alle caviglie ma non osiamo tuffarci, la risacca è troppo forte. Ma lo osserviamo e ne ascoltiamo il canto, ogni giorno. Sembra parlarci, sotto il fragore delle onde si sente una voce che racconta una storia, ininterrottamente. Io ho provato ad ascoltarla, ho provato anche a raccontarla a mia volta.

L'Atlantico.

Il mare ignoto degli antichi. Il limite della nostra civiltà. Ad Oriente sì, si può andare. Ad Occidente c'è l'Oceano. Le colonne d'Ercole sono poste su questo limite con un monito: "non plus ultra". È un limite fisico e mentale. Se il tuo corpo riuscisse a sopportare questo viaggio utopico la tua mente ne rimarrebbe sconvolta. E allora voltati e torna indietro.

Ma nel momento stesso in cui viene proclamato un divieto nell'uomo si insinua il tarlo della curiosità. E allora Odisseo inizia il viaggio, e con lui i marinai cantati in "Itaca" di Lucio Dalla: "se ci fosse ancora mondo...sono pronto, dove andiamo?". E allora ecco il motto di Carlo V: "plus ultra". Si può andare oltre. Si è andati oltre con Cristoforo Colombo, il limite invalicabile è stato valicato.

Ho sempre temuto il viaggio senza meta. Imbarcarmi all'avventura mi ha sempre spaventato. Mi sento più a mio agio nell'immaginare questi viaggi. Leggo e immagino, questo e tutto. Questa volta ho letto molte storie che riguardano il viaggio della musica su questo oceano, l'Atlantico, che mi hanno portato lontano ed in molti luoghi, sul Mayflower, a Tenochtitlàn e nel convento di Ephrata, a Guanahani e sul molo del porto di Goree, nelle sale da ballo di Rio de Janeiro ad ascoltare Chiquinha Gonzaga o nelle strade di San Francisco de Yare mascherato da diablo danzante. Poi mi sono perso..e mi sono ritrovato in una peña con mia madre a Buenos Aires.

E quanto ancora c'è da scoprire? Cercherò qui di esprimere in modo sintetico quegli eventi, quei personaggi, quelle musiche che mi hanno colpito maggiormente e articolerò il post in due "capitoli":

1 - LA MUSICA NELLE COLONIE DEL NORD AMERICA (New England)

2 - LA MUSICA NELLE COLONIE LATINO AMERICANE E NEI CARAIBI

Non sarà un viaggio cronologico né un viaggio storico ma di impressioni, meraviglie, scoperte, paure, pericoli e avventatezze.

Partiamo quindi dal Nord, da Francis Drake in California nel 1579 e dall'isola di Roanoke, chiamata la "lost colony" dove nacque la prima bambina figlia di coloni. Nel 1607 siamo a Jamestown con John Smith e Pocahontas in Virginia (dalla Regina "Vergine" Elisabetta d'Inghilterra). Un "forte" assediato e abbandonato. La compagnia delle Indie Inglesi aveva tentato più volte di stabilire una rotta commerciale nel Nuovo Mondo. Con ampio ritardo rispetto all'ormai consolidato impero Spagnolo. 

Tutto inizia, secondo la narrazione nazionalistica degli Stati Uniti, dal New England. I puritani. Elisabetta I. La fuga verso terre sconosciute dove poter vivere senza persecuzioni. Uno sparuto gruppo di uomini e donne  che sul Mayflower, esattamente 400 anni fa, attraccò a Cape Cod facendo subito riecheggiare Inni e Salmi in lode di Dio Onnipotente.

Si cantava a memoria basandosi su testi come quello redatto da Henry Ainsworth o lo Sternhold and Hopkins, oppure come il famoso Bay Psalm Book, primo libro stampato in assoluto in America del Nord (1638), di cui l'unica copia a noi arrivata è stata venduta nel 2013 per la somma esorbitante di 14.165.000 $...e pensare che si tratta di un testo senza musica stampata, fatta eccezione per alcune pagine.

Chi ne doveva far uso aveva in mente già diverse musiche armonizzate a quattro voci (abbastanza elementari a dir la verità) adattabili facilmente ai servizi religiosi calendarizzati. Questa facilità sarà il segno premonitore del forte pragmatismo artistico che distingue l'approccio americano all'arte: la musica se non è corretta o se è monotona non fa niente, l'importante e poter cantare la propria fede in libertà, lontani dalle restrizioni cultuali della madre patria, dove da poco si era imposta la chiesa Anglicana che voleva fare piazza pulita di tutte quelle eresie che potevano intralciare lo sviluppo "spirituale" del futuro Impero Britannico. L'Impero che a breve diverrà il più esteso e potente di tutti i tempi. Che di spirituale aveva ben poco.

Got it?

E poi America land of freedom: nel 1681 William Penn ed i suoi Quakers (Quaccheri) fonda la Pennsylvania (i boschi di Penn) e l'anno dopo Philadelphia, la città dell'amore fraterno, dove viene proclamata la libertà di culto religioso. Quaccheri, Mennoniti, Pietisti Tedeschi, esuli Svedesi vi si trasferiscono in massa.

William Penn

Anche questa è una caratteristica degli Stati Uniti, ha nella sua storia radicato il concetto di libertà, concetto che spesso però viene a mancare, soprattutto per quei milioni di schiavi che l'hanno portato in forma solida in corteo sulla schiena. Ma comunque quel concetto, quell'idea c'è. 

In Pennsylvania dovevano risuonare dei canti assai curiosi. Con la tecnica del Lining Out l'officiante, detto "Precentor", cantava un tema e la congregazione ripeteva in massa. Con il tempo questo fenomeno iniziò a degenerare. Pare che le modalità di esecuzione fossero spesso di scarsa qualità e con ampio margine di interpretazione da parte dei partecipanti, tant'è che nel 1721 il Reverendo Thomas Walter scriveva nel suo "Fondamenti e regole della musica spiegati, ovvero l'Introduzione all'arte di cantare con le note":

Le melodie erano miserevolmente torturate e massacrate e finivano, in alcune chiese, in un orrida cacofonia di rumori confusi e discordanti. Molto spesso si perdeva in <tremolii> e svolazzi canori, ma non c'erano nemmeno due cantori della congregazione che <tremolassero> insieme e nello stesso modo: cosa che doveva suonare alle orecchie di Dio Giudice come cinquecento differenti melodie urlate tutte nel medesimo tempo

Ben arrivata, Musica! 

Ma il nuovo uomo non si cura di queste finezze e già nel 1731 a Boston si svolgeva il primo concerto pubblico della storia dell'America del Nord...e poco ci mancava che non fosse stato il primo concerto pubblico della storia in assoluto perché di poco preceduto dai concerti londinesi e dai Concert Spirituel Parigini. Insomma gli Americani sono subito per l'entertainment.

Troviamo in questo contesto le storie di personaggi come Johan Conrad Beissel ad Ephrata che con i suoi redemptioners tedeschi fonda la sua città e educa i suoi compagni in tutte le discipline, senza avere le necessarie nozioni, ma intanto lo fa! Il grande pragmatismo americano sta nascendo! Stessa storia a Bethlehem, città fondata e nominata, in modo vagamente ambizioso, dai Moraviani capeggiati dal conte von Zinzerdorf. La città divenne un importante centro musicale. Qui venivano eseguite opere di Bach, Abel, Haydn, Mozart e nel 1770 fa la sua comparsa sulle scene il Messiah di Haendel, il quale venne udito prima dai futuri Americani che nella terra natia del compositore sassone! 

Poi abbiamo William Billings, un altro padre della musica americana che però non faceva "di mestiere" il musicista, era bensì un conciatore; si unì così alla folta schiera di fabbricanti di pettini, avvocati, cappellai, carpentieri che nel tempo libero si dedicavano all'arte dei suoni, a volte anche con un pò di vergogna; e come biasimarli se lo stesso Benjamin Franklin scriveva nel 1793:

Per l'America un maestro di scuola vale più di una dozzina di poeti, la invenzione di una macchina o il perfezionamento di un utensile sono più importanti di un capolavoro di Raffaello...Niente è buono e bello se non nella misura in cui è utile.

Ed è Franklin che sta parlando, il quale si distinse, oltre che per le sue attività politiche, scientifiche, sportive e financo alimentari (fu uno dei primi difensori del vegetarianismo) anche per essere uno dei primi esecutori e perfezionatori della Glass Harmonica, uno strumento tanto bizzarro quanto affascinante (Mozart, Beethoven, Donizetti scrissero brani per questo strumento). 

Benjamin Franklin suona la Glass Harmonica
La forte richiesta di semplificazione e diffusione del nuovo modo di fare e pensare la musica coinvolge anche la notazione musicale. Venne inserito il sistema chiamato "FaSolLa", dove ai troppo complessi nomi delle note(!) vengono sostituite solo tre note, appunto, Fa-Sol-La; quindi la scala diatonica da DO-RE-MI-FA-SOL-LA-SI divenne FA-SOL-LA-FA-SOL-LA-MI mantenendo gli stessi rapporti intervallari di Toni e Semitoni.
Inoltre venne cambiata la forma grafica delle note utilizzando Quadrati, Cerchi e Triangoli al posto delle troppo complesse (!!) teste delle note.

                                 

Anche il pentagramma risultò troppo difficile da utilizzare (!!!) e venne semplicemente abolito. Il risultato è questo..

In realtà tutto ciò mi fa pensare alle importanti metodologie di didattica e pedagogia musicale utilizzate al giorno d'oggi negli Stati Uniti. Non posso non pensare che questi tentativi, magari rudimentali, di semplificazione della grammatica musicale siano una caratteristica importante che ha reso la musica targata USA particolarmente adatta alla contemporaneità.

Il percorso della musica nel New England riceve un brusco rallentamento a ridosso dell'evento più importante della storia Americana: la Guerra di Indipendenza. Dal 1775 al 1778 si ascolteranno sul suolo Americano soprattutto marce e canti militari. Una fra tutte si distingue per la sua notorietà e curiosità: Yankee Doodle. Questo brano era straordinariamente cantato inizialmente non dai coloni e futuri americani ma bensì dagli Inglesi! I primi quattro versi del testo recitano: 

Yankee Doodle went to town/A-riding on a pony/Stuck a feather in his cap/And called it macaroni

Lo "yankee" è appunto l'Americano, in particolare ci si riferisce a quei soldati di umili origini coinvolti nel conflitto. "Doodle" è uno stupido, un tonto di scarse capacità mentali che cavalca un pony, badate bene, non un cavallo! Ha una piuma sul berretto e lo si chiama "macaroni". Con questa frase invece si fa riferimento al fatto che l'Americano agli occhi degli Inglesi ostenta una eleganza che dovrebbe collocarlo nell'alta società da cui invece è escluso non avendo il retaggio culturale europeo. Egli quindi si atteggia e si veste come un uomo alla moda, al passo coi tempi, raffinato, a la page (praticamente un Hipster!), ma che evidentemente non riesce a tradire le sue origini umili, contadine e bifolche. "Macaroni" in particolare è un riferimento alla moda portata in Gran Bretagna di usi alimentari presi in prestito dalla nostra bella e sugosa Italia, già allora vista come patria dei "mangia pasta"!

Ma la cosa veramente strana è che dopo le prime vittorie riportate da parte dell'esercito Yankee la canzone fu riutilizzata e "rimbalzata" verso gli inglesi dagli stessi americani che ne erano l'oggetto di derisione. In un gesto di riappropriazione satirica tanto curioso quanto efficace l'esercito Americano canterà Yankee Doodle d'ora in avanti come un canto patriottico. Il testo non subì modifiche ma venne "rispedito al mittente" e visti gli esiti della guerra pare funzionò lodevolmente al suo scopo. 
Dopo il 1776 la musica riprende il proprio percorso e direi la sua impennata. Nel 1800 il Great Revival, il grande risveglio spirituale e religioso, genera un esplosione di canti religiosi diffusi su tutto il territorio nazionale. Più di 500 Inni circolano nella giovane America. Mentre in ambito profano sale da concerto vengono aperte in diverse città, e nel 1825 viene rappresentata a New York la prima opera lirica della storia americana la quale non poteva che essere Il Barbiere di Siviglia. La "prima" del capolavoro rossiniano si era tenuta nel 1816 a Roma, non molti anni prima; la musica americana sta riprendendo terreno rispetto alla tanto bramata musica colta europea. 
Questa dipendenza o sudditanza o senso di inferiorità musicale è un altra caratteristica di buona parte della musica americana del passato. Una corsa continua all'emulazione degli stilemi musicali europei, ma soprattutto tedeschi ed italiani, si avvia a partire dal 18° secolo. Si potrebbe al riguardo confrontare la vita e la musica di due compositori esattamente contemporanei, uno e James Hewitt, nato il 1770 e morto il 1827. L'altro...non ve lo dico ma egli è forse il simbolo stesso della composizione musicale nella tradizione classica europea e direi mondiale (un aiutino: scapigliato, butterato, non particolarmente bello, burbero...e sordo). Provate ad ascoltare un brano dell'uno e dell'altro e fatevi un idea.
Nello stesso 1825, nella stessa New York, troviamo invece un curioso negoziante, che insegna anche letteratura italiana al Columbia College. Un italiano che ha la passione per il teatro e che pare fosse in buoni rapporti con Mozart. 
Lorenzo Da Ponte

L'Europa si fa sempre più vicina e l'Atlantico sempre più piccolo.
Si diffondono inoltre svariate canzoni e canzonette su temi di attualità come l'inaugurazione di una linea ferroviaria, sui i primi tram a cavallo, sull'abolizione della schiavitù e l'uso (o abuso) di alcolici (pro e contro). E qui possiamo identificare la "vena d'oro" di quella che sarà la musica folk, country, pop degli Stati Uniti che ha creato coesione, identità e appartenenza culturale in tutto il paese. L'Europa inizia a guardare oltre oceano con altri interessi. Tra il 1820 ed 1840 svariate famiglie di origine Bavarese, Austriaca o Svizzera vengono attirate dal nuovo mercato musicale che si stava sviluppando dall'altra parte dell'Atlantico. La Rainer Family a Boston canta brani di ogni genere: sentimentale, tragico, comico, realistico. Parlano al popolo con il linguaggio del popolo (magari con un vago accento tedesco).

La Hutchinson Family riscuote un enorme successo e affronta temi sociali come emancipazione e la libertà per i meno fortunati (gli schiavi).
Hutchinson Family

La Trapp Family diffonde negli StatiUniti la musica Folk germanica e la musica sacra. Questo spiega come mai possiamo trovare nella prima musica country l'utliizzo della tecnica vocale detta yodel presa in prestito proprio da queste famiglie "canterine".
Sempre nel 1820 (quante cose in così poco tempo) appare nei teatri di provincia, nelle sale da concerto e nelle strade dei piccoli villaggi americani uno dei fenomeni socio-culturali più interessanti del 19° secolo.
Il Ministrel Show. 
Un teatro che potremmo chiamare di varietà dove si alternavano scene recitate, comiche o sentimentali o liriche, a canzoni e brani da ballo fra i più diffusi e in voga del momento, anch'essi con temi di attualità ma più spesso satirici e buffoneschi. E chi erano l'oggetto principale di queste farse in musica? La popolazione di colore! Nelle due figure principali del negro cencioso del sud chiamato spesso "Jimmi Crow" e del negro del nord che imita i modi dei bianchi, il "long tail blue" che si spaccia per dandy di rango troviamo espressi i due poli opposti del razzismo che tuttora affligge la popolazione Afro-America. Se non sei integrato nella società è perché sei povero e non ti sei realizzato nella vita. Se ti sei integrato è perché hai tradito le tue origini e ti sei finto ciò che non sei, un bianco!
   
                                        


Ad interpretare questi personaggi ci sono i neri? Assolutamente no, che scandalo sarebbe! Allora gli attori si tingono la faccia di nero, disegnano delle grandi labbra bianche e assumono pose ridicolizzanti per immedesimarsi con il personaggio (un pò come nel vecchio spot televisivo anni '80 delle liquirizie!). Ne imitano le movenze, la camminata, la parlata, l'accento e caricano pesantemente ogni difetto per strappare una risata agli spettatori. Ma lo sberleffo, la caricatura, il ridicolo ha una forza che investe non solo la persona o la situazione derisa. Come nel caso di Yankee Doodle. Nel Ministrel Show osserviamo un importante fenomeno sociale che diverrà in seguito preminente in tutta l'industria e la diffusione della musica non solo americana. Lo si potrebbe chiamare "sbiancamento musicale". 
Senza evitare scabrosi fraintendimenti si potrebbe definire questo fenomeno come l'appropriazione di musiche e danze di origine "nera", nello specifico degli schiavi che ormai da secoli sono stati forzatamente trapiantati in nord America, da parte dei bianchi e soprattutto del futuro show business che tanto influenzerà l'economia statunitense. In maniera brutale: il bianco si appropria della musica del nero e la commercializza tramite artisti ed interpreti bianchi. 
(Esempi: Benny Goodman "sbianca" il Jazz; Elvis "sbianca" il rock and roll; Gli Abba "sbiancano" la musica Funky; Michael Jackson è la sintesi finale, "sbianca" se stesso, e diviene un Ministrel al negativo) 

La spinta ritmica e melodica della musica cresciuta e sviluppata all'interno delle comunità dei lavoratori neri, schiavizzati dallo strapotere americano, viene "emancipata", viene anche diffusa ed accetta e diviene veicolo di emancipazione ma viene anche valutata e venduta, e chi possiede il controllo del flusso economico in America? Esclusivamente i bianchi. È vero che un musicista di colore come Newport Gardner (n.1746-m.1826) si guadagna la libertà e riesce a diventare forse il primo insegnate di musica nero della storia, ma rimarrà un caso più che sporadico. Il Ministrel Show inserendo stili "negri" nelle canzoni scritte dai bianchi apre la porta ad influenze ritmiche, melodiche e coreografiche direttamente derivate dalla musica nera.
Questo meccanismo economico rudimentale non coinvolge solo la musica e la sotto cultura afro-americana ma comprende anche quegli strati sociali meno abbienti, quella fascia di popolazione di origine rurale e periferica che inizia a popolare soprattutto il sud degli Stati Uniti. Il simbolo di questo "tipo" di americani potrebbe essere a mio avviso Stephen Foster.
Foster cresce in un piccolo paese, Lawrenceville, Pennsylvania. Qui non subisce le influenze della cultura esterna, quella che circola fra le grandi città. Qui si ascoltano solo spirituals, cantanti girovaghi e divertenti Ministrel Show. La passione per la musica c'è ma viene subito tenuta a bada! Bisogna trovarsi un lavoro. Un impiego come contabile andrà benissimo. Però a casa gli resta questa voglia un po infantile ed incomincia a scriver canzoni. Per caso un giorno incontra un editore, un certo W.C. Peters, il quale con grande, grandissima, diciamo anche spudorata fortuna si interessa alle canzonette scritte nel tempo libero dal mite Stephen, il quale, essendo appunto estremamente mite (e sprovveduto) regala una canzonetta al gentile signor Peters per ringraziarlo delle sue attenzioni. Il brano è dedicato ad una bella ragazza "vocata" nel titolo stesso della canzone: 
Oh! Susanna
Siamo nel 2020..e la cantano i bambini..di tutto il mondo! 
Non fu l'unica canzone ceduta da Foster: "Old Folk at Home", un altro grande successo, viene svenduta ai Christy Ministrels per pochi dollari. Ee.. ma ora non lo freghi più il vecchio Stephen, ora ha capito come si fa, "vuoi le mie canzoni? Tira fuori i soldi..10 dollari ed è tua! Per sempre...come dici? Non vuoi che risulti il mio nome come autore della canzone? Ok! Fuori i soldi...15 dollari ed il mio nome scompare!". Ora si che si ragiona. Ma le vendite non sembrano ingranare. 10 dollari nel 1850 erano una somma discreta ma quanto ci si poteva campare? A quanto pare poco se nel 1864 il 42enne Stephen fu ritrovato in una triste stamberga a terra privo di vita, con pochi spiccioli in tasca ed una lettera sgualcita e abbozzata in qui si legge l'incipit di quella che sembra una richiesta di aiuto:
 Cari amici e cuori gentili..
Poi più niente. Fino al 1940 in cui divenne il primo musicista eletto nella Hall of Fame di New York divenendo ufficialmente il Padre della musica americana. I padri sanno sempre sacrificarsi per i propri figli. E così la prossima volta che canticchieremo "Oh! Susanna" penseremo per un attimo anche a lui.

E così arriviamo al 1848, la conquista del West, la corsa all'oro. L'aumento di ricchezza ingrassa gli ingranaggi e facilita gli ingaggi nel music business. Grandi virtuosi affluiscono dall'Europa per suonare in America; la cantante d'opera Jenny Lind incassa in pochi anni (e tanti concerti) 350.000 dollari grazie all'impresario P. T. Barnum, una cifra stratosferica persino oggi!

Ormai la musica negli Stati Uniti viene ben retribuita. Louis Moreau Gottschalk, nato a New Orleans nel 1829 da padre Tedesco e madre Spagnola di nobili origini, diviene il primo pianista americano adorato da folle di gentili signore al pari di Franz Liszt. A 13 anni è a Parigi, non viene ammesso al Conservatorio ma viene notato da Chopin e Berlioz. Torna in patria e compone brani come bamboula, ispirandosi a temi creoli e danze africane, banjo, dal titolo esaustivo, jota aragonese, ricongiungendosi all'eredità culturale materna. Il suo successo esplode sino a Buenos Aires (dove, appunto, l'ormai venerato musicista ebbe un infarto)
La musica "colta", "classica" e "upper-class" ha il suo paladino anche negli Stati Uniti.
A questo punto mi si chiederà: ma i canti di lavoro nelle piantagioni? Gli spiritual? Il blues? Il jazz?
Nella mia ricerca ho limitato lo studio proprio nel momento in cui queste musiche apparivano sulla scena. Lo scenario che si apre ora in avanti è veramente troppo vasto e sfaccettato per essere sintetizzato in un post di un piccolo blog autogestito come il mio. La narrazione a cui ho fatto riferimento è volutamente "idealizzata" e cerca di raccontare quello di cui si può più facilmente parlare, ovvero la musica in America fatta dagli americani, i discendenti dei primi coloni, di quelli che hanno fondato città, che hanno vinto la guerra contro gli Inglesi, che hanno creato unità nazionale dopo la guerra civile. È la storia che si racconta nelle scuole americane. Ma tutti questi aneddoti curiosi, queste storielle affascinanti non possono realmente parlare di cos'è stata la musica in quel periodo e di cosa è diventata tra il 19° ed il 20° secolo. 
Se guardiamo le statistiche pare che solo il 4% di tutta la tratta degli schiavi dall'Africa tra il 1619, con l'arrivo delle prime navi "negriere" in Virginia, fino al 1863, anno (formale) dell'abolizione della schiavitù negli Stati Uniti, dicevamo, solo il 4% di quei 20 milioni di uomini, ed in minor numero di donne e bambini, fu destinato al territorio dell'America del Nord e alle relative colonie. Cionostante gli uomini di cultura Bambara provenienti dall'impero del mali e le donne Wolof prima, seguite dalle etnie Bantu del Kongo-Angola hanno creato il substrato di tutta la storia della musica americana. Come loro la musica è stata catturata, imprigionata, deportata, costretta al silenzio. Ma tragicamente è sopravvissuta più di quei corpi che la danzavano e di quelle gole che la cantavano. 
La resistenza della musica in questa fase unica della storia ha un che di prodigioso, è il vero miracolo dell'epoca moderna. Attraverso i canti di lavoro, attraverso i ring shout, i patting juba, attraverso i canti disperati che invocano la morte, la musica ha tenuto letteralmente in vita migliaia di uomini e donne. 
Per questo non ci sono ascolti musicali in questo post...finora.
Qui di seguito troverete un link che vi rimanderà ad una cartella con degli ascolti di musica tradizionale africana. Un omaggio personale a chi ha portato sulle spalle quella famosa "libertà" resa solida e pesante dagli schiavisti che hanno trasformato il simbolo delle colonne d'Ercole nel simbolo del dollaro..



lunedì 24 agosto 2020

Domenico Scarlatti. Una storia personale ed una storia generale

Eccomi di nuovo di fronte alla vita di un musicista.

Eccomi di nuovo di fronte alla musica di questo musicista, una musica che amo profondamente.

Eccomi di nuovo qui a cercare di mettere ordine alle idee, alle informazioni, ai dati e alle date storiche, ai personaggi incredibili che si incontrano quando si volge lo sguardo al passato. Si incontrano storie favolose di sfide al clavicembalo; di un padre musicista celebrato in tutta Europa da cui forse ci si vuole affrancare; di Maria Cristina di Polonia; di Maria Barbara principessa di Portogallo che diventa sotto i nostri occhi regina di Spagna; dell'Arcadia e delle sue serate ai limiti dell'onirico in cui gruppi di aristocratici, letterati e musicisti si "mascherano" da personaggi mitologici e ricreano (a modo loro) suggestive rappresentazioni pagane con tanto di baccanali e festini dionisiaci; della corte di Filippo V che per sfarzo compete con Luigi XIV; del primo caso moderno di musicoterapia; di Re impazziti per amore; di Farinelli, castrato eccelso e "gemello" di Metastasio...ed infine di un uomo, di sessant'anni che nella sua modesta casa a Madrid, circondato dalla sua numerosa famiglia scrive 555 sonate per clavicembalo senza nessuna ambizione professionale, senza soddisfare richieste di questo o quell'altro committente, senza esibizioni pubbliche. Quest'uomo religiosissimo diverrà Domenico Scarlatti e verrà celebrato come uno dei più grandi compositori della storia della musica europea.

Ma il giovane Domenico ambiva a questo obiettivo?

Quale è stata la sua vita?

Nel suo monumentale saggio su Scarlatti il clavicembalista e musicologo Ralph Kirkpatrick cerca di dipingere i tratti dell'uomo e del musicista utilizzando tutti i documenti possibili. Ma prima di sorvolare l'Europa a cavallo tra il XVII ed il XVIII secolo cerchiamo di capre perché io! Perché mi trovo a scrivere di Domenico Scarlatti? La risposta più ovvia è perché mi piace la sua musica? E come sono venuto in contatto con la sua musica? 

Permettetemi di raccontarvi una breve storia personale:

Mi trovavo nell'aula magna della facoltà di lettere e filosofia dell'Università di Tor Vergata. Era nel pomeriggio e si stava allestendo l'aula magna per un concerto che sarebbe iniziato poche ore dopo. Ero solo in platea, non si stavano svolgendo vere prove, sul palco c'erano due persone: il primo era forse uno degli organizzatori del concerto, il secondo il compositore Mario Bertoncini. Di lì a poco avrebbe eseguito alcune delle sue composizioni ed altra musica di carattere sperimentale. Mi avvicinai timidamente al palco cercando di carpire l'argomento della discussione fra i due. Il Maestro Bertoncini spiegava al suo interlocutore qualcosa su di un musicista suonando esempi al pianoforte di fronte a cui era seduto. Si mostrava entusiasta nel far notare la modernità di certi passaggi pianistici e riferiva con trasporto quanto fosse importante l'opera di questo compositore che, ad intuito, apparteneva ad un passato non recente. Intuite di quale compositore si stava parlando. Vengo preso da una irrefrenabile curiosità, soprattutto dopo aver assistito al concerto serale, un concerto di musica contemporanea che mi fece prima di tutto apprezzare profondamente le composizioni di Mario Bertoncini (e mi permetto di inserirne un esempio qui anche se nulla ha a che fare con la musica di cui vi parlerò in seguito).


Tornato a casa mi metto alla ricerca di qualsiasi informazione sul musicista tanto decantato dal Maestro Bertoncini anche se nella mia casa da studente romano non avevo particolare materiale da consultare e quindi la curiosità rimase insoddisfatta, ma al primo rientro a casa dei miei genitori, in Abruzzo, mi metto subito a curiosare fra i numerosi CD di musica classica di mio padre e leggo "Horowitz suona Scarlatti", preso dall'euforia ascolto il contenuto del disco. Non ricordo quali siano state le prime sensazioni ma posso dirvi con certezza che dopo 16 anni la musica di Scarlatti e quella esecuzione in particolare mi accompagna ovunque e non smette di emozionarmi.

Questa storia personale mi fornisce due imperdibili occasioni: la prima (e la più importante per me) è di ringraziare mio padre. Non solo per avermi fatto ascoltare i suoi dischi ma in generale per avermi fatto! Così come sono. 
La seconda occasione è invece di iniziare finalmente a parlarvi di Scarlatti proprio attraverso il rapporto con suo di padre (il quale non credo possa competere con il mio ma questa è un altra storia)


Il piccolo Domenico nasce a Napoli il 26 Ottobre, è il sesto figlio di Alessandro Scarlatti, arrivato da pochi mesi nella città partenopea da Palermo. Possiamo dire con serenità che Alessandro Scarlatti fu uno dei padri del melodramma barocco a cui apportò contribuiti fondamentali che lo collocano fra i compositori più apprezzati ed influenti della sua generazione. 
Questo ci fa immaginare l'ambiente in cui crebbe Domenico. Breve parentesi: un opera lirica era ed è tuttora un lavoro musicale che prevede un lavoro organizzativo ed uno sforzo creativo poderoso. Si tratta di anche 4 ore di musica per voci e strumenti in cui si narra una storia, spesso ai limiti della realtà, da rappresentarsi in occasioni sfarzosissime in cui gli uomini e le donne detentori e detentrici del potere assoluto facevano sfoggio delle loro capacità economiche e politiche! In tutto ciò Alessandro ne scrisse 60!
Sarà risultato molto utile l'aiuto di chiunque per trascrivere le parti orchestrali, per consegnare le parti vocali ai cantanti che le avrebbero dovute studiare (il condizionale è voluto), per completare il basso nei recitativi o semplicemente per lavare la biancheria dell'oberato Alessandro, preso com'era a cercare di continuo nuovi ingaggi e nuovi protettori. 
Si perché nonostante la fama, la vita degli Scarlatti è stata sempre dipendente dall'aristocrazia e dalle alte cariche del clero dell'epoca. E così inizia il peregrinare del giovane Domenico, il quale in questo ambiente aveva appreso le nozioni di base della teoria e della pratica musicale.
Non c'è stata una formazione ufficiale per lui o comunque non se ne ha traccia ma visto che praticamente tutti i componenti della famiglia Scarlatti erano musicisti non deve essere stato difficile maneggiare con destrezza l'armonia e il contrappunto.

La cosa difficile era vivere di musica, guadagnarci, monetizzare. E allora inizia così il viaggio di Domenico al seguito dell'amorevole padre che sfrutta tutte le sue conoscenze per trovare un degno impiego al figlio:

1701 - Domenico riceve il primo incarico come organista e compositore reale a Napoli (all'epoca vicereame spagnolo)

1702 - si va a Firenze in cerca di miglior impiego alla corte di Ferdinando de' Medici. Le prime composizioni di Domenico vengono a lui dedicate. Qui Domenico conosce un cembalaro padovano, Bartolomeo Cristofori, che forse gli mostra una sua recente versione del clavicembalo che chiama forte-piano, uno strumento che avrebbe avuto discrete applicazioni nella futura produzione musicale...diciamo in tutto il mondo

1703 - si torna a Napoli un pò delusi ma qui Domenico compone i suoi primi drammi per musica dedicati a Filippo V di Spagna

1705 - andiamo a vedere che aria tira a Venezia, cerchiamo fortuna lì, inoltre pare ci sia un certo "prete rosso" che faccia della musica particolarmente suggestiva. Non sappiamo se Domenico incontrò Antonio Vivaldi ma che non abbia mai ascoltato la sua musica pare cosa assai improbabile. 
Sempre a Venezia incontra un appassionato di musica inglese, un certo Thomas Roseingrave su cui vale spendere due parole. A leggere le sue cronache pare che il britannico dopo aver ascoltato Domenico sbizzarrissi al clavicembalo non rimase più lo stesso, una adorazione sconfinata lo rese il più grande ammiratore di Domenico Scarlatti per almeno un secolo e mezzo. Non che sia campato così a lungo (in effetti morì in condizioni mentalmente instabili in seguito ad una delusione amorosa che lui definì pittorescamente come "crepation") ma è grazie a lui che si conosce una parte delle composizioni di Domenico Scarlatti e fu l'iniziatore del culto Scarlattiano in Inghilterra

1709 - siamo a Roma! Nella capitale l'esiliata Cristina di Svezia alimenta in modo prodigioso la produzione artistica e culturale della città. Convertita al cattolicesimo Cristina fa di Roma un grande centro per le arti. Pasquini, Corelli e lo stesso Alessandro Scarlatti ne celebrano la gloria e si giovano della sua protezione. Alla sua morte viene istituita l'Arcadia sotto l'egida del Cardinal Ottoboni che prosegue la sua opera di mecenatismo. In casa del Cardinale, Domenico pare abbia incontrato un musicista tedesco, un caro sàssone, e pare che vi fu una sfida al clavicembalo tra Domenico e questo tale Georg Friedrich Händel. Le opinioni sono discordi su chi avesse vinto la sfida ma pare che il tedesco fosse insuperabile all'organo.
Intanto Domenico entra al servizio di Maria Casimira di Polonia che tenta di emulare la compianta Cristina, pare senza troppo successo.

In pochi anni Domenico ha visto e toccato con mano lo sfarzo europeo dell'inizio del XVIII secolo, un mondo quasi irreale dove l'architettura diventava immaginifica, (pensiamo al palazzo Zuccari di Maria Casimira) dove gli eventi teatrali venivano descritti dai visitatori come bolgie infernali, dove i castrati provocano reazioni emotive incontrollabili, sovvertendo le regole consolidate dei generi sessuali, dove la Chiesa era quasi più narcisistica dell'aristocrazia. 

Ma il viaggio continua

1714 - dopo essere stato maestro della Cappella Giulia, la più importante Cappella del mondo, diviene il maestro di clavicembalo dell'ambasciatore portoghese a Roma, il marchese de Fontes.  E forse grazie a lui che Domenico entra in contatto con la lussuosa corte di Giovanni V, re del Portogallo, fervente cattolico e mecenate delle arti e della musica, specialmente verso la pratica e lo studio del Canto Gregoriano. Inoltre parliamo di una corte che basava le sue ricchezze sulle colonie nel Nuovo Mondo, oro e spezie che vengono dall'Atlantico. Chi sa che racconti si potevano ascoltare da chi tornava da questi viaggi?
A sua figlia Maria Barbara, Giovanni V volle offrire una educazione musicale delle più elevate, ovvero chiamando a corte un musicista italiano, come si usava all'epoca (è curioso pensare agli italiani come "merce" di valore nella storia della musica).
La vita di Domenico stava per cambiare radicalmente. Intorno al 1719 Scarlatti segue la sua illustre allieva in Portogallo, da allora i due saranno inseparabili. Ma cerchiamo di capire in quale contesto visse Domenico da allora in poi:

Filippo V, primo Re di Spagna della dinastia dei Borboni è il nipote di Luigi XIV, avete presente il Re Sole? Ecco, suo nipote non voleva essere da meno! E quindi vai di feste, rappresentazioni teatrali, balletti, musica a profusione e corti paradisiache: Aranjuez, San Ildefonso, La Granja, Buen Retiro, questi alcuni dei posti da sogno che il Re visita a rotazione con tutto il suo seguito.
E Domenico? Il fato volle che il Re di Spagna avesse un figlio in età di matrimonio; e quale sposa migliore se non la figlia del Re di Portogallo?

1729 - Maria Barbara sposa Ferdinando, figlio di Filippo V e i due, nonostante il matrimonio combinato, sembrano piacersi. Intanto Domenico si è sposato con Maria Catalina Gentili. Lei ha 16 anni, lui 43! In questo stesso anno nasce il loro primo figlio a Siviglia. La nuova vita di Domenico sta iniziando!
1737 - Un evento più unico che raro contribuisce a rendere la vita di Scarlatti ancora più anomala rispetto a quella di altri musicisti suoi coetanei (Bach, Händel, Rameau), seguitemi:

essere un musicista protetto da una principessa forniva diverse possibilità professionali, comporre opere per feste e celebrazioni era un ottimo modo per affermarsi nel panorama musicale internazionale. Scarlatti compose svariate cantate, serenate, omaggi e "applausi genetliaci" (musica per una festa di compleanno) ma a quanto pare questa non fu la sua vera vocazione. Avvenne appunto nel '37 che la Regina Elisabetta Farnese (un altro personaggio degno di nota) vedendo le condizioni psico fisiche in cui si trovava suo marito il Re di Spagna decise per una soluzione che risultò avanguardista per l'epoca. Il Re in effetti pare soffrisse di una grave forma di depressione, tralasciava completamente le questioni di Stato per dormire tutto il giorno senza "reali" scopi quotidiani. In quel periodo si diffondeva la voce di un cantante (ovviamente) italiano con doti canore soprannaturali, in grado di stregare le folle dei più importanti teatri d'Europa. Lo chiamavano "Farinelli" ma all'anagrafe di Andria era registrato Carlo Maria Broschi, il più famoso castrato di tutti i tempi.
La Regina convocò Farinelli per tentare una cura alternativa ai disturbi del Re. 
Si racconta che Farinelli cantasse ogni sera nella stanza adiacente a quella in cui il Re riposava, una vera e propria terapia musicale venne attuata. La prima "musicoterapia" in senso moderno che si conosca. Ed il re sembrò migliorare notevolmente così che Farinelli si guadagnò la fiducia ed il riconoscimento dell'intera casata reale e a lui venne affidato il compito di gestire i teatri in cui venivano rappresentati drammi musicali in italiano. Un vero e proprio monopolio che rese Madrid un centro di produzione e diffusione dell'opera italiana, con il contributo fondamentale di Metastasio, il librettista più musicato in tutta la storia della musica. 
Domenico in tutto ciò si vide quasi eclissato dalla figura carismatica di Farinelli, un altro musicista si sarebbe preoccupato molto per la sua situazione lavorativa. In effetti non c'era più spazio per fare carriera ma a quanto pare in questa situazione Domenico si trovò particolarmente a suo agio e proseguì con il suo lavoro di semplice insegnate di clavicembalo.

Quella raccontata finta è una grande storia generale, la storia di una Europa dominata dalla musica, sovrani curati dalla musica, corti intere guidate dai ritmi musicali, teatri che accoglievano quasi tutti gli strati sociali che zampillavano musica ogni giorno, il popolo, anche quello meno fortunato, veniva invaso e sollevato dalla forza evocativa del canto, i cantanti e le cantanti erano vere celebrità di cui tutti parlavano. Un mondo sfavillante. 
Sicuramente il carattere fortemente decorativo della musica dell'epoca ci appare oggi un pò come gli stucchi delle chiese barocche: frivoli, eccessivi, ripetitivi e forse utili a mascherare le crepe della società, ma facciamoci rapire per un attimo dalla fantasia e troviamoci a Venezia con Corelli e poi Vivaldi, a Roma nei giardini segreti dell'Arcadia, nei giardini geometrici de La Granja, a teatro a sentire Farinelli con il pubblico in delirio. Basta poco per viaggiare sulla storia.

Torniamo a Domenico

1738 - Scarlatti è investito dell'ordine portoghese di Santiago dal Re di Portogallo. Ha una rendita mensile che gli permette di vivere dignitosamente con la sua numerosa famiglia a Madrid, le ronde nelle varie dimore regali diminuiscono sempre di più. Maria Barbara non richiede grossi sforzi al suo Maestro. Ha 53 anni ormai. In oltre l'anno dopo Scarlatti perde la sua prima moglie, sembra dedito al gioco d'azzardo ed è solo con i suoi figli. Si risposerà qualche anno più tardi con Anastasia Ximenes, è completamente spagnolo ora e si fa chiamare Domingo Scarlatti. 
Qui appare il musicista che ha attraversato secoli per arrivare a noi.
Nel '38 vengono pubblicati i famosi Essercizi per gravicembalo, l'opera per cui verrà maggiormente conosciuto fino al XIX secolo. Ma badate bene, non è ancora lo Scarlatti che apprezziamo oggi. Sono brani estremamente virtuosistici e sono, appunto, esercizi. Ad ogni modo si trovano qui già i germi del mutamento stilistico.

1746 - Filippo V Re di Spagna muore. Gli succede Ferdinando VI. Maria Barbara è ora Regina. Domenico  avrà pensato "ok! I soldi non sono più il primo problema"!
Farinelli ha ancora più potere a corte, i nuovi reggenti sono dei veri appassionati di musica. 
Scarlatti a questo punto si stacca da tutti e da tutto. Si sente forse libero, ma libero in un senso ampio. E qui arriva la musica..



Io vorrei tacere ma posso umilmente suggerivi di ascoltare questa sonata e sentire all'interno della sua semplicissima struttura bipartita quelle sezioni che appaiono ai minuti 0:14 e nella sua ripetizione a 1:38 e poco più avanti a 2:48 e a 3:30. Quelle parti in cui tutto sembra immobilizzarsi, la mano destra ripete una figura di due note, la sinistra suona accordi cangianti, un melodia struggente si insinua fra le due parti e poi si torna alla normalità. A sentire quel sali e scendi di note ci troviamo appunto nella metà del 1700, con Händel, Soler, Gasparini, Couperin ma quando arrivano quelle sezioni, dove siamo? Nel romanticismo? Nell'impressionismo? Dove? Sembra di ascoltare Schubert. Non stupisce forse che uno dei pochi manoscritti delle sonate scarlattiane fosse gelosamente posseduto da Johannes Brahms.

Succede quindi che nel 1752 inizia la copiatura di una parte delle 555 sonate scritte da Domenico Scarlatti all'età di 67 anni! Facciamoci aiutare dalla fantasia anche qui, anche se io stesso ancora stento a crederci. 67 anni nel 1752 potrebbe equivalere nel 2020 a quanti? 90'anni? Allora ascoltando le sue sonate io rimango sbalordito se immagino la sua vita ed ascolto la sua musica, una musica che non sembra di un Maestro consolidato, severo ed equilibrato come si conviene alla sua età. C'è invece uno spirito giocoso, alle volte ironico ma anche profondamente sensibile, musica fresca e giovanile. 
Le sonate sono tutte racchiuse in forme estremamente rigide, durano tutte introno ai 4 minuti, ad un ascolto superficiale sembrano assomigliarsi, ad ogni modo sono riconoscibilissime. Ma al suo interno, come nell'esempio precedente, si trovano esplosioni di fantasia, originalità, tenerezza, commozione, si sentono le chitarre spagnole, le nacchere, i mandolini napoletani ed una armonia, come notava Bertoncini, assolutamente unica. Gli accordi maggiori vengono facilmente sostituiti dai minori, l'armonia delineata dai bassi spesso scarni e cantabili viene continuamente dirottata su tonalità lontane dalla melodia che si muove libera, fino alla sovrapposizione armonica in cui ad esempio al basso c'è un accordo arpeggiato e alla melodia dei bicordi appartenenti ad un altra armonia, come nella sonata k. 359.
Non abbiamo sonate autografe di Scarlatti, le principali fonti sono queste due copie fatte da un copista anonimo (lo stesso per entrambi i documenti) conservati a Venezia e Parma. Poi abbiamo altre fonti ma nessun autografo delle sonate.
Nelle sue numerose sonate Scarlatti inaugura oltre ad un nuovo stile musicale che rimarrà ineguagliato anche un nuovo modo di concepire la composizione musicale. Una ricerca personale e quasi intima caratterizza la sua musica, il che lo rende simile a Bach per certi versi, ma l'utilizzo di un unica forma musicale fa pensare tanto al giardino in cui Candido di Voltaire si ritira dopo aver vissuto mille disavventure, a coltivare insalata e pomodori che saranno stati squisiti.

Qui potremmo parlare di una piccola storia personale generale di uomini e donne che senza ambizioni fanno le loro piccole ricerche in privato pensando "tanto nessuno ascolterà o guarderà o leggerà o toccherà i miei risultati" e forse sarà così, ma, per l'amor di Dio, non fermatevi mai! L'ambizione non è da disprezzare, anzi etimologicamente vuol dire andare in "ambo" i lati, è indice di curiosità, significa voler espandere le proprie conoscenze ma perché privarsi del piacere di avere ambizioni private, in mignatura, lillipuziane? Scoprire qualcosa su di noi, ambire verso l'interno, rovistare dentro i nostri sentimenti e brevettare un nostro linguaggio personale. Io credo sia altrettanto importante guardare alle stelle quanto osservare da vicino la propria pelle, le proprie mani, guardarsi negli occhi e ascoltare la propria voce. 
Credo che Scarlatti sia giunto a questo, mentre i grandi compositori della storia facevano sentire la loro voce lui ascoltava tutte le sfumature, le increspature e anche i difetti della propria voce. 


Piccola guida ad alcune sonate "scarlattiane":

Immergetevi e smarritevi nella dolcezza dell'andamento melodico di questa sonata. È una delle sue sonate più semplici per quanto riguarda l'esecuzione e l'ho ascoltata per la prima volta solo recentemente. Sarà l'esecuzione di Gottlieb Wallisch ma sono rimasto stregato dalla malinconia che la pervade e al contempo dalla serenità che esprime


Ai confini della commozione. Le fluttuazioni emotive vengono tradotte da Horowitz in maniera sublime, si sale e si scende in maniera dolcissima verso i climax espressivi e si discende senza sapere se sia stata più dolce la salita o la discesa, sentiamo un leggero roteare, una caratteristica comune in Scarlatti, tutto ci gira intorno, si può rallentare ma non ci si ferma mai e perdiamo i sensi nel capogiro


Finalmente una versione per clavicembalo, il fatto che per alcune sonate io prediliga il pianoforte non è una avversione per un approccio esecutivo filologicamente corretto, ma solo perché mi piace di più.
Qui di seguito però abbiamo uno dei massimi interpreti di Scarlatti che esegue una sonata evidentemente ispirata dalle danze spagnole che Scarlatti potè ascoltare e vedere più volte in Spagna. È indubbio il fatto che Domenico abbia inserito liberamente "impressioni" sonore prese dalla vita quotidiana nella propria musica, come un viaggiatore curioso il suo sguardo si posa ovunque e il suo orecchio assimilava il suona delle campane, delle orchestrine di fiati nelle processioni, dei canti e ovviamente della chitarra e delle danze che in seguito avrebbero caratterizzato l'animo e la cultura iberica.


La prima sonata che abbia mai ascoltato e ancora adesso una delle mie preferite, queste cascate di notte che salgono e scendono mi fanno pensare all'acqua e ai colori della primavera. Forse nei giardini de La Granja Scarlatti potè ammirare i moti fluidi delle fontane che come nell'Alhambra seguono le scale di pietra. In alcuni punti il flusso sonoro si interrompe ma lo fa in maniera naturale e qui Horowitz imprime la sua versione ed io lo seguo mesmerizzato


Qui abbiamo una pura melodia, quasi senza ritmo, che passa dai toni bassi a quelli acuti in modo assolutamente fluido, tutto e melodia, le crome si rincorrono ma senza fretta, sembrano non voler finire mai il loro gioco, un gioco dolce e infinito. Due linee pure, una alla mano destra ed una alla sinistra. Si potrebbe tracciare con facilità il loro tragitto con due colori su di un foglio. Svolazzano come farfalle e danzano nell'aria.
Potete ascoltare una mia versione per basso elettrico che fa sprofondare tutto nei toni cupi del mio strumento qui https://soundcloud.com/ditirambi/domenico-scarlatti-sonata-k-466


Quante altre sonate mi piacerebbe suggerirvi ma vi lascio con un gioco: ognuno di voi può scegliere all'interno delle innumerevoli sonate di Scarlatti la propria, anche casualmente ma facendola propria, identificandosi con essa, oppure regalandola e dedicandola a qualcuno a cui si vuol bene. Potete commentare questo post comunicando la vostra scelta se volete, oppure tenerla nel vostro intimo. 

Io consiglio le esecuzioni pianistiche di Vladimir Horowitz, Christian Zacharias, Ivo Pogorelich e di Arturo Benedetti Michelangeli; il suono del pianoforte è più familiare per molti di noi ma ovviamente Scarlatti scrisse esclusivamente per clavicembalo quindi è altrettanto consigliato l'ascolto delle sonate nelle esecuzioni di Scott Ross e dello stesso Ralph Kirkpatrick.

Grazie per l'attenzione, io vado a scegliere un altra sonata di cui innamorarmi