martedì 7 luglio 2020

Postilla su "Esoterik Satie"


Dopo aver pubblicato il Post "Esoterik Satie" mi è stato richiesto da un caro amico un analisi più dettagliata delle strutture musicali citate nell'articolo, strutture dette a "tempo zero" secondo la definizione di John Cage. Un altro amico (si, mi vogliono bene) mi ha fatto notare un articolo in cui si parlava degli effetti "deomoniaci" di Vexations, composizione estrema di Satie che ad oggi risulta il brano pianistico più lungo della storia (composto di soli tre righi musicali - Satie spesso non usava le battute divisorie - ripetuti per 840 volte).
Bene! Tutti questi input mi hanno spinto a scrivere questa postilla che quindi andrà letta come integrazione al succitato post "Esoterik Satie", quest'ultimo è stato volutamente scritto di getto, anche se avevo ben in mente gli argomenti da affrontare, e si è avvalso di un linguaggio molto più libero rispetto ai post precedenti e, credo, a quelli futuri. Quindi ho sentito la necessità di aggiungere qualcosa di più "tangibile".
Ho preso spunto dall'analisi di alcune opere di Satie fatta da Cristina Cano in "Erik Satie: calligrafa e nonsenso", testo inserito nella raccolta intitolata "Erik Satie. L'idea non ha bisogno dell'arte" edito da Casanova e Chianura Edizioni del 2010.
In questo articolo la Cano analizza il brano Choses vues a droite et a gauche (sans lunette), una composizione del 1914 per pianoforte e violino. La Suite è divisa in tre parti: Choral hypocrite, Fugue à tâtons e Fantaisie musculaire. Il compositore ha qui 46 anni ed ha appena (!) finito i suoi studi con Vincent D'Indy presso la Schola Cantorum di Parigi, un Conservatorio privato di Parigi dove si studiava soprattutto polifonia barocca e classica, canto gregoriano e contrappunto rinascimentale. 
Il brano in questione risente quindi della recente esperienza ed è in effetti una specie di banco di prova in cui le regole formali e strutturali derivate dai modelli classici vengono al contempo osservate rigorosamente e deformate in modo personale e liberissimo.
Eviteremo di commentare le indicazioni esecutive e gli scritti lasciati da Satie sulla partitura per concentrarci sulla struttura.

Choral hypocrite



Il brano è composto da 10 battute in  un 4/4 regolarissimo con indicazione "Grave". Ritmicamente semplicissimo. Ciò che mi ha colpito è l'armonia. Non ci sono alterazioni in chiave (ma ci sono le stanghette di separazione delle battute, per Satie è già tanto!), l'impianto tonale sembrerebbe aggirarsi intorno al Do maggiore anche se non ci sono mai cadenze su questo accordo. Penso al Do perché anche nel brano successivo, la Fugue à tâtons si "ostenta" un banalissimo Do Maggiore, la tonalità "facile" in contrasto le complicazioni studiate nella Schola Cantorum.
Batt 1 e 2 - gli accordi sono Mi Maggiore-Fa-La7-Re6-Re senza la terza. Tutto fa pensare alla tonalità di re maggiore ma Satie lascia l'accordo finale sfornito della terza.
Batt 3 e 4 - ci sembra di individuare una progressione armonica Sol7-Do aumentato-Lam-Re4 poi tutto viene spezzato da un Do raddoppiato in ottava al basso del pianoforte, sull'ottava tenuta del Re del violino e poi una mancata consolazione sul Mi7 a fine battuta. 
Notiamo la presenza della corona alla fine di ogni gruppo di due battute, anche qui una forzatura "anti-accademica".
Batt 5 e 6 - Appare il nostro Do ma dissonantissimo con la settima minore e poi con la Sesta che fanno virare verso il Fa maggiore che lascia spazio ad un possibile "contraccordo" di La minore9, anche questo senza la terza. Qui siamo già molto lontani da tutto ciò che riguarda l'armonia di un Corale.
Batt 7 e 8 - il famoso diabulus si/fa è qui esposto in bella vista ad inizio battuta, il basso scende finalmente verso il Do, anche con il fa del violino che si adagia dolcemente sul mi per completare la triade perfetta ma niente! Non è arrivato il momento del riposo, ci fermiamo sul Sol9, abbiamo la speranza di aver trovato almeno la Dominante.
Batt. 9 e 10 Gli accordi del piano sono ancora più ricchi di settime e none, il Mi7/9minore si rilassa sul Fa maggiore che si trasforma in Fa# diminuito interpretabile come rivolto del Re7, possibile Dominante della Dominante, ed infatti ecco un accordo di Sol! Andiamo avanti? No! Il Brano è finito, rimaniamo con questo Sol anch'esso sprovvisto di terza ma con un bel intervallo di quarta che ci lascia tutti sospesi.
Cosa ci vuol dire Satie? Io credo che il messaggio sia chiaro, le regole ci sono, si possono seguire ma  semplicemente si preferisce fare altro.

Fugue à tâtons

Qui faremo appello oltre all'analisi della Cano anche all'interpretazione analitica di Cage che, come scrivevo nel post precedente, sottolinea l'importanza dello studio delle strutture utilizzate da Satie, strutture che anticipano secondo il compositore americano il metodo "seriale" di Webern. 
Andiamo a vedere:
Batt 1/8 esposizione del "soggetto", dovremmo chiamarlo così solo che scorrendo lo spartito ci accorgiamo che non si tratta di una vera fuga, manca il controssoggeto, mancano le regole armoniche classiche, manca l'andamento ritmico di "rincorsa" tra un tema ed un altro. Ci accorgiamo in breve che manca la fuga stessa, vengono inseriti episodi apparentemente casuali in ambiti anche modali. Una cosa è certa, qui siamo in Do maggiore, nel senso che si inizia in Do Maggiore e si finisce in Do maggiore, in mezzo c'è un pò di tutto.
Ma la vera particolarità sta nell'uso di strutture organizzative numeriche che tendono rompere qualsiasi simmetria.
Come fa notare Cage la struttura si può sintetizzare così:

Tema1° - 8 battute 
Tema2° - 8 batt 
Divertimento1° - 8 batt+1
Tema3° - 8 batt
Divertimento2° - 8 batt+1+1
Tema4° - 8 batt
Divertimento3° - 8 batt+1+1+1

+3batt

Tema5° - 8 batt
Divertimento4° - 3 batt
Tema6° - 8 batt
Tema7° - 8 batt
Finale - 3 batt

Quindi abbiamo i numeri 3, 7 e 8 come elementi costitutivi dell'intero brano.
L'approccio rigoroso fa forse accostare il nome di Satie a quello di Webern, ed è sicuramente notevole lo sforzo innovativo del compositore francese a 46 anni, in una situazione economica non delle più favorevoli eppure pronto a lanciarsi in nuove sfide artistiche anche molto personali e quasi "invisibili", se non fosse, appunto, per gli strumenti analitici che altri musicisti possono utilizzare.
Bisogna anche ricordare che quando Cage scriveva dell'importanza della musica di Satie erano gli anni '50 e si era nel bel mezzo della "bufera di Darmstadt", dove i celeberrimi ferienkurse avrebbero influenzato più di una generazione di musicisti e compositori impostando in modo fin troppo autoritario il metodo "seriale" come unica alternativa per far progredire l'arte dei suoni. Il suo Messia era stato individuato appunto in Webern. Cage da buon dissacratore ma anche con ampio spirito pragmatico promosse la musica di Satie a suo personale modello affiancandolo a quello che forse sembrava già un sistema da superare, ovvero quello della serialità integrale (il carteggio tra Cage e Boulez è in questo senso illuminante).
Musica e matematica, il grande amore che mai tramonterà ma che mai si realizzerà completamente e rimarrà sintomaticamente "platonico"

Fantaisie musculaire

Qui la struttura numerica si fa ancora più serrata ed evidente anche all'ascolto. Brevi motivi vengono ripetuti ostinatamente e si succedono senza soluzione di continuità. Affiancati come pezzi di un collage sembrano svuotare la forma musicale. 4, 3 e 2 sono i numeri utilizzati. Una cadenza, reminiscenza barocca, ed un lungo glissato cromatico sembrano essere i riferimenti ai "muscoli" del titolo che nel complesso non sembra un brano virtuosistico. Le poche alterazioni rendono l'armonia abbastanza stabile ed il brano si conclude su uno stupendo accordo di La min arioso ed ampio, come è scritto sulla partitura: très large.

Conclusioni

Io credo che la vera innovazione della musica di Satie sia di aver presagito il concetto di "ripetizione come variazione" poi elaborato dai compositori minimalisti, penso soprattutto a Steve Reich e non a Philip Glass.
Quella di aver pensato la musica come "processo" e ponendosi come vero Maestro di Cage in questo senso. Rendere l'ascoltatore partecipe di un "processo", di un cambiamento graduale del ritmo e della melodia, come fa molta musica pop ed elettronica dagli anni 80 in poi.
Ripetere una frase, utilizzare accompagnamenti reiterati significava porre davanti all'ascoltatore una forma riconoscibile e ricongiungibile alla musica di "intrattenimento" praticata da Satie stesso al Le Chat Noir.
Ma questa evidente banalità viene ripetuta meccanicamente, in modo quasi alienato per essere subito abbandonata per passare ad un altra banalità, una catena di montaggio di banalità. La società dei consumi sembra aderire a questo tipo di approccio "usa e getta" musicale. Le frasi di Satie sembrano dei moderni campionamenti, base di molta musica attuale di grande impatto sociale. Ascoltare sempre qualcosa che si conosce già ma farlo come un amnèsico, o come se si avesse un dejavù, dimenticando dove si è ascoltato il motivetto orecchiabile in precedenza ma senza sforzarsi di riportarlo alla mente, tanto ne sta arrivando già un altro.
Satie è un ponte che collega molti elementi, il mestiere del compositore con il musicista della domenica, la musica "da tappezzeria" con l'ascolto ascetico, l'alto con il basso, il colto con l'incolto. Abbiamo bisogno di questo ponte, la musica contemporanea, anche la più "ostica" in realtà ha solo bisogno di un pò di fiducia e la musica di consumo ha bisogno solo di un pò di sfiducia. Devono esserci entrambe, guai a voler patteggiare per l'una o per l'altra. 
Abbiamo bisogno di equilibrio e per imitazione guardare o ascoltare i passi felini del funambolo Satie sulla corda ci fa provare quel senso di bilanciamento che spesso ci spaventa e che ci fa cadere nella rete di protezione,  sicura e confortevole...sede di un ragno carnivoro gigante!











giovedì 2 luglio 2020

Esoterik Satie


Eccolo là che si aggira per i sobborghi della storia, per le periferie della musica.

Ora ha le sembianze di un anziano signore elegante. Entra in un piccolo Cafe ad Arcueil, a sud di Parigi, "bonjour!". Ordina qualcosa al bancone, non sappiamo se alcolico o non, si dice beva molto. La pleurite e la cirrosi epatica stanno per portarlo via da lì, da Arcueil, da Parigi, da Honfleur dove è nato, dalla Francia, dall'Europa, dal mondo. 

Va via e non tornerà più, noi lo sappiamo ma lo guardiamo andare via e non lo aiuteremo. Se ne andrà da solo, solo pochi amici sapranno della sua partenza. Il compositore francese Darius Milhaud gli farà visita prima della partenza, lo saluterà in amicizia. Il primo Luglio del 1925. 

Ieri 

Questa volta non potrò parlare esclusivamente del compositore Erik Satie, nemmeno dell'uomo Alfred Erik Leslie-Satie ma dovrò necessariamente parlare di quell'anziano signore elegante che cammina da secoli ai confini del nostro orizzonte visivo, uditivo e narrativo. 

Siamo circondati da questo orizzonte abitato da uomini e donne che hanno sfiorato gli eventi del proprio tempo lasciando però con un solo gesto leggero un solco profondo, come un aratro fatto di vetro soffiato trainato da colibrì. 

Le immagini fantasiose e "surreali" non mancheranno, le macchine da scrivere, le sirene, le scimmie danzanti, le ore secolari e istantanee, Socrate, la gimnopedia, Peladan gran maestro dell'Ordine Estetico dei Rosa+Croce.

Danzano tutti intorno a lui, oggetti e persone, sulla musica di Parade


Mancano in molti: tutti gli adulatori ed i finti amici mascherati da cavalli. I critici ippopotami che non sanno pesare i suoni come lui sapeva fare. Mancano gli amatori della musica ambient ed i critici della musica ambient.

Vogliamo ascoltare la sua voce? 
Non la troveremo nella sua musica, non la troveremo nelle istruzioni delle sue esecuzioni, nei suoi annunci pubblicitari immaginari, nei suoi scritti, nei suoi aforismi, la sua voce è andata via con lui e non abbiamo voluto ascoltarla perché quando parla un vecchietto strambo, un alcolista, un emarginato noi non ascoltiamo. Sorridiamo benevoli e quando andiamo via commentiamo bonariamente "che tipo!" e lo facciamo alla buona, siamo buoni, anch'io lo sono, non è questo il punto. Ma è questo il punto.

Satie è morto da solo e da allora non lo è stato più.

Il tempismo umano è sorprendente.

Io stesso scrivo qui dopo 95 anni e scrivo con spirito patetico e contrito come se volessi fare la lezione di etica ai miei sparuti lettori. Non voglio! E cerco di svincolarmi da questo, voglio parlare di quell'anziano signore elegante che è andato via, ai confini della musica, dove miliardi di esseri umani sono passati prima di lui che normalmente abbiamo dimenticato - e non potevamo fare altrimenti - ma ora fermiamoci!
 
Proviamo a pensare la storia della musica senza quelle personalità laterali inizialmente dimenticate e poi celebrate che non hanno fatto "in tempo" a ricevere i dovuti applausi.
Forse non c'era bisogno di applausi, forse molti di loro non hanno fatto niente per ottenere applausi. Ed è così, non si applaude chi non sale in scena, è un fatto! Ma a noi piace ripescare ogni tanto un "dimenticato" della storia e celebrarlo, riscoprirlo, svelarlo per la sua vera essenza...sempre in ritardo. Il fatto è fatto. Satie è andato. I "Mozart dimenticati" sono dimenticati.
Ebbene, la storia senza le storie dei dimenticati non esiste, così come non ci sarebbero i vivi senza i morti. 
Ed i dimenticati siamo noi! Quelli che non "passano alla storia" ma sono trapassati dalla storia, un colpo di fioretto e "voilà", dimenticati! Tutti! Solo pochi si salvano e "fanno la storia", ma, badate bene, non è un problema. Basta esserne consapevoli.

La musica non deve fare la storia ed è per questo che non aggiungerò molta musica di Satie qui, ma voglio regalarvi una cosa: 

Una chiave d'oro. 

Con questa chiave non si aprono porte ma si chiudono! 

Quando ascoltate la musica di Satie usate questa chiave magica e non si aprirà niente e rimarrete immobili davanti alla porta, immobili, pensando "e adesso?!".
E adesso niente. Siete stati fermi in attesa per pochi preziosissimi istanti, continuate ad insistere e troverete la musica di Satie.

Stringiamo.

La musica di Satie è in buona parte musica che potremmo chiamare "concettuale", ovvero una musica la cui bellezza è celata all'ascolto diretto e viene svelata solo con il supporto del pensiero.
Perché?
La musica di Satie è spesso costruita con strutture numeriche non percepibili, un pò come Bach, solo che in Bach si sente. Voi sentite il fascino aritmetico/algebrico/geometrico della musica di Bach? No?? Vergogna!
Asini! Come fate a non sentire l'eleganza matematica del Clavicembalo ben temperato? Vi manca il temperino? Io, per quanto mi riguarda, non ho idea di come si temperi un clavicembalo, ci vuole un temperino enorme ed io non posso permetterlo. 

Dicevamo
 Diceva John Cage
    
      Ripetiamo: un suono ha quattro caratteristiche: frequenza, intensità, timbro e durata. Il silenzio (il rumore ambientale) possiede soltanto la durata. Una struttura musicale di tipo zero dovrà essere esattamente un tempo vuoto. Satie ha costruito almeno tre tipi di strutture a tempo vuoto:
Cosa vuol dire? 
Satie scriveva 5 battute di musica "tematica" (un tema, un episodio, il soggetto di una fuga, etc.), poi 6, poi 3, 7, 3, 6, 5, creando la simmetria della figura A, oppure usava gli altri metodi (B e C) per evitare appositamente le strutture usate dai compositori in precedenza, con la differenza che se ascoltiamo una sonata di Beethoven riconosciamo la differenza rispetto ad una sonata di Mozart, ne possiamo ascoltare la diversa concezione armonica, melodica, strutturale. Qui invece non si capisce direttamente cosa sia successo alla cara vecchia forma musicale.
In soldoni. 
Questa struttura musicale è concettuale, non si può ascoltare a meno che vi siate messi ad analizzare gli spartiti in questione, e questo lo pretenderebbe solo qualcuno di estremamente pretenzioso, che  prima pre-tira e poi pre-tende, e tendi oggi e tendi domani e alla fine il prete si spezza. 
Ed è così che la musica contemporanea non l'ascolta più nessuno, e vorrei farvi riflettere sull'assurdità di tale espressione. 

La musica contemporanea non l'ascolta più nessuno

il contemporaneo che è per definizione "ora", non è più. Viene evitato. È sempre una questione di tempo, anche qui.
Ma voi avete la chiave magica dove, se vedete bene, c'è scritto:

La musica non è la porta per un luna park
Dietro la porta non c'è niente ma davanti alla porta ci siete voi
Ascoltare è la cosa migliore che potete fare
Capire è la cosa più pretenziosa che potete fare
Vivere in un tempo zero vuol dire fermarsi e ascoltare



La musica è sacra anche senza Kyrye Eleison, Requiem o nam myo renghe kyo. La vita di ogni essere umano è sacra anche se non ha scritto l'inno alla gioia. I morti sono sacri e sono molti di più dei vivi. Io sono sacro anche se sono vivo. Il tempo è sacro e la musica può essere la sua voce. Questa voce muta è sempre con noi. Viene cantata spesso da voci e strumenti in tutto il mondo, a volte viene cantata da un anziano signore elegante che esce da un Cafe e saluta tutti "au revoir!"

Per lui cantiamo la Messa dei Poveri

PS
Vi ricordate la chiave? Si, ora è il momento di usarla. 


PPS
Avete ancora la chiave? Bene! Potete usarla ancora!




giovedì 18 giugno 2020

Shostakovich. Un compositore!

Raccontare la storia del compositore russo Dmitrij Dmitrievic Shostakovich.

Magari non La storia ma una storia.

Non perché non sia in grado di raccontarvi tutte le infinite vicende che caratterizzano la sua biografia ma semplicemente perché provo verso di lui e verso la sua musica un’attrazione quasi maniacale e quindi posso raccontarvi solo la mia versione dei fatti. 

Ci sono diversi motivi che potrebbero spiegare questa mia passione:

-          Ho sempre amato la musica russa (la mia professoressa di musica durante le scuole medie mi “illuminò” con Quadri di un’esposizione di Musorgskij, poi ho continuato da solo)

-          Ho sempre amato i compositori tragici e comici allo stesso tempo (Ravel con la dovuta eleganza, Satie con la dovuta Socraticità, Ligeti con la dovuta ungheresità, potremmo tornare indietro fino ad Orlando di Lasso e Josquin DesPresz con le loro dovute -ità, ma fermiamoci qui)

-          Ho -non da sempre ma da qualche anno- amato Cechov che guarda caso è lo scrittore prediletto di Mitja (nomignolo affettuoso usato da familiari ed amici di Shostakovich.. vedete la confidenza che mi prendo nei suoi confronti?)

In questi giorni sto leggendo Trascrivere la vita intera - Lettere 1923/1975, la raccolta del suo epistolario curata da Elizabeth Wilson. Ho preferito non completarne lo studio prima di scrivere questo post perché mi trovo realmente immerso nella sua storia ed è diventata una lettura fortemente condizionante. Quindi che cosa scrivere? Una storia, no! Un resoconto, no! Proviamo ad unire informazioni concrete con speculazioni meno concrete e vediamo cosa esce. Mi baserò su altri testi studiati in precedenza e sulle informazioni/impressioni che ho accumulato nel corso degli anni, da quando ascoltai la prima volta la sua settima Sinfonia (avrò avuto 17 anni).

Le descrizioni e le caricature su di lui generalmente mostrano un uomo riservato, silenzioso, introverso, nascosto dietro spessi occhiali da vista, accanito fumatore, nervoso. Ci sono svariati filmati d’epoca, documentari e foto che lo ritraggono così. 

Ma è un’immagine giovanile quella che scelgo perché è il giovane Shostakovich di cui vi voglio parlare e da cui trarrò spunto per tentare di rispondere ad una grande domanda:

Chi sono i compositori?

                 

Ma prima parliamo di musica. Vorrei inondarvi di filmati e registrazioni, un po' come quando si va in gita in montagna e c’è sempre qualcuno che indirizza la vostra attenzione continuamente su qualcosa infastidendovi con un mantra: “guarda qua!” “guarda là!” guaaaarda che beeeello!”, e voi premeditate di gettare l'arguto amico dal belvedere. Cercherò di essere più discreto.

É incredibile quanto sia eterogenea la sua musica. Vi si può trovare di tutto, dall’accompagnamento per cartoni animati ad esperimenti di tipo dodecafonico, sempre all’interno di una cornice armonica diciamo “classica”.

Perdetevi nel suo catalogo delle opere, troverete molte sorprese e musica per tutti i gusti perché Shostakovich amava l'atto stesso del comporre. Lo faceva velocemente e lo faceva di continuo. Il motto del suo epistolario è “neanche un giorno senza scrivere”. Allo stesso modo scopriamo che, anche quando non era impegnato in nuove composizioni, amava esercitarsi con trascrizioni, armonizzazioni, orchestrazioni e a volte copiava persino alcune sue opere del passato per regalarle agli amici più intimi. Pesco qui per voi due brani che possono esemplificare questa sua poliedricità compositiva.



Non male, no?

Passiamo ora a sintetizzare alcuni eventi fondamentali della sua vita artistica.

1926, l’Ochestra sinfonica di Leningrado esegue la sua Sinfonia n.1 in Fa minore. Sul podio c’è Nikolaj Mal’ko.  Mitia ha vent’anni, sta ancora studiando al Conservatorio, in effetti la sua Sinfonia era stata presentata ai Docenti in versione pianistica qualche anno prima. Ascoltiamo le parole del grande dirrettore d'orchestra Valery Gergiev https://youtu.be/uIHGMsAaHx0 e la sua esecuzione.


Il successo è enorme. La Sinfonia viene inserita nel repertorio dei più grandi direttori d’orchestra dell’epoca: Bruno Walter, Leopold Stokowski, Artur Rodzinski ed anche Arturo Toscanini. La carriera del compositore ventenne ha inizio con grande energia. Discuteremo fra poco sulla questione della precocità dei compositori.

1927, compone Il Naso, un’opera lirica tratta da Gogol. Grande successo ed inizio della collaborazione con Majakovsky, Meierchold e Dovchenko (tre giganti della cultura russa del’900).

                        


Contestualmente compone molta musica per balletto e per film e lavora come pianista accompagnatore per film muti, lavoro che con il tempo finisce per detestare.  

1934, prima rappresentazione di un'altra opera, Una Lady Machbeth nel distretto di Mcensk. Dopo l’impatto mondiale ottenuto con la Prima Sinfonia Shostakovich continua ora la sua ricerca espressiva affrontando un argomento quanto mai spinoso. Una donna sposata si innamora di un servitore del suocero, l’amore incestuoso viene rappresentato con forza e drammaticità, le conclusioni tragiche sono inevitabili. Il successo è grande e l’opera viaggia per due anni in tutto il mondo. Dedicata alla giovane moglie Nina Varzar fu concepita come prima parte  di una trilogia musicale sulla donna! Nel ’34! In Russia! Come potrà andare a finire? Stalin stesso volle assistere ad una rappresentazione! L’uomo d’acciaio abbandonò il teatro Bolshoj alla fine del terzo atto!  Dopo pochi giorni uscì un articolo sulla Pravda (giornale del Partito Comunista) in cui si scriveva (appunto): “questo gioco finirà male”! L’opera viene ritirata dalle scene ed il compositore accusato, velatamente, di essere un “nemico del popolo”.

Il noto violoncellista Mstislav Rostropovich, amico intimo di Dmitrij, ricorda l’evento in questi termini: “fu come l’esplosione di una bomba atomica!”. 


Questo evento fu estremamente significativo principalmente per due motivi. Il primo perchè indicó l’inizio di un’epoca tragica per tutto il popolo russo: l’avvento della dittatura Stalinista che, come sappiamo, si infiltró  in modo infettivo in tutta la produzione artistica dell’epoca. Il secondo motivo fu che questa iniezione di veleno venne inflitta in pieno petto proprio su Dmitrij Shostakovich, il genio musicale che si era fatto conoscere in tutto il mondo, il figlio prediletto della grande madre Russia, osannato a Leningrado e a Mosca e sostenuto dalle stesse autorità che ora lo condannavano quasi a morte.

Questo avverrà costantemente per tutta la vita del compositore e, vi giuro, osservare dopo un secolo questi fenomeni sociali lascia quasi storditi. Shostakovich venne insignito per cinque volte del premio Stalin ma al contempo finì nella black list dei compositori “formalisti”, cioè quei compositori che si curavano solo della forma della propria musica senza badare al contenuto, al messaggio, che doveva essere necessariamente allineato a quello del Partito. In seguito fu persino mandato negli Stati Uniti come ambasciatore di pace e lì venne accolto da cartelli con su scritto “Shostakovich buttati dalla finestra!”. Criticato brutalmente e osannato dalle folle, simbolo di pace e di corruzione morale, codardo ed eroico, traditore e patriota! Su di lui si scontrarono persino il musicologo Massimo Mila e Palmiro Togliatti! (il primo difendendolo, il secondo criticandolo)

Realmente non si trova un filo logico in certe pieghe della storia. Anche qui, rendiamoci conto, è stata la musica a cambiare le direzioni delle sorti non solo di Shostakovic ma, mi sento di dire, di una porzione di mondo. L’immagine che veniva data della nuova potenza russa fu modellata da eventi come questo. Il popolo riceveva un messaggio chiaro, questa musica è contro di voi! Ma andiamo avanti.

1937, qui avviene una delle prime “capriole” storiche della musica di Shostakovich. Dopo aver ritirato la sua quarta sinfonia, si dice per timore di ulteriori repressioni (per anni Mitja fu preso, come tutti, dal terrore di essere deportato) viene presentata la Sinfonia n.5 in Re minore. Il successo è totale. La riabilitazione parziale. Si dice che sia stata composta come un mea culpa rispetto alla Lady Macbeth. Cosa avviene realmente? Non lo sapremo mai e non ci deve nemmeno interessare. Io credo, e lo dico a gran voce, che sia impossibile comporre un’intera sinfonia solo per “scusarsi”. La struttura musicale di una Sinfonia è complessa ed articolata, fa uso di una enormi quantità di regole per cui utilizzarla come mezzo di comunicazione è un po' come ordinare una pizza usando un algoritmo! La musica non parla russo, tedesco, francese o italiano. Non è un linguaggio come quelli che utilizziamo (male) quotidianamente. Mi verrebbe da dire che la musica non sia affatto un linguaggio ma la questione diverrebbe troppo complessa da affrontare qui. In questa sede voglio solo dire che nel caso della musica di Shostakovich il tempo, la storia, il contesto politico, le singole personalità hanno sempre tentato di piegare il pentagramma, forzare le chiavi di violino, spezzare le pause per sovraincidere (in senso scultoreo) sulla carta da musica parole come patria, orgoglio, nazione, fede, per dare voce a qualcosa che ad alcuni sembra muto. Si, perché certe volte alcune musiche non ci “dicono” niente, ma siamo noi che non vogliamo o non possiamo ascoltarle, perché ci aspettiamo che parlino la nostra lingua.

Ma arriviamo al punto.

Proseguendo con la descrizione dell’impatto che ha avuto la musica di Shostakovich indico solo altri due fugaci esempi.

1942, la Settima Sinfonia, scritta nel ‘41 durante l’assedio nazista di Leningrado dove viene eseguita l’anno dopo, divenne rapidamente il simbolo della resistenza musicale al nazifascismo. Anche qui la musica sembra “parlare” nella nostra lingua ma almeno dice cose sensate. Viene fatta arrivare negli Stati Uniti per vie traverse, microfilmata e protetta dallo spionaggio internazionale

1961, Jurij Gagarin vola nello spazio e durante la sua prima trasmissione radio canta un brano di Shostakovich contenuto in Quattro canti su versi di E. Dolmatovsij, la rinomata “Canzone del Contropiano”, apprezzata all’epoca da Stalin stesso (piccola nota: il grande dittatore muore il 5 Marzo del 1953, lo stesso giorno di Sergej Prokofiev! I familiari e gli amici del compositore ucraino dovettero attendere una settimana prima di celebrarne la dipartita; la storia sa essere beffarda).

Nel romanzo sulla vita di Shostakovich, “Il rumore del Tempo”, lo scrittore inglese Julian Barnes scrive:

L’arte è il mormorio della storia, udibile al di là del rumore del tempo

La storia, quella che bisogna raccontare, dev'essere "filtrata" dal rumore del tempo. Un immagine musicale che rende bene l'idea della vicenda personale di Shostakovich. Applicare il "noise reduction" per captare il segnale originale.

Ed ora arriviamo al giovane compositore a cui accennavo all’inizio del post. Cerchiamo di immaginare gli esordi di Dmitrij Dmitrijevich per tentare una risposta alla domanda posta in precedenza.

Chi sono i compositori?

Sono precoci? Spesso. Se non si scrive una sonata a sei anni vuol dire che si è destinati a diventare dei commercialisti? Forse. Sono dei fenomeni da baraccone? A volte.

Come nasce un compositore? Come tutti, da un padre ed una madre. Questo si che influenza la vita di un musicista, come la vita di chiunque. Devono essere musicisti i genitori? Non necessariamente. A volte anche il rifiuto dell’influenza paterna e materna può generare reazioni “artistiche”. Un'altra questione enorme! Ma ad un punto voglio arrivare, ve lo anticipo per chiarezza. Il compositore vive letteralmente dentro la musica. Tutta la sua persona è impregnata di musica e la sua percezione sonora è spesso alterata rispetto ai non musicisti.

Il compositore sviluppa la capacità di pensare i suoni, trattenerli nella mente, modellarli a proprio piacimento, spesso senza neanche riportare questi pensieri sonori su carta. Mette in atto delle capacità intellettive estremamente singolari che i neuroscienziati tentano di spiegare con risultati a volte stupefacenti. CI sono regole per raggiungere questa specie di super potere? Assolutamente no.

E cosa possiamo fare? Proviamo a vedere come è andata con il piccolo Mitja.

                       

Sof’ja Vasil’evna Kokoulina. Madre del compositore, pianista dilettante (oggi equivarrebbe ad una grande interprete di musica classica) non volle educare il figlio precocemente! Attese i nove anni del bambino per dargli le prime lezioni di pianoforte e lasciare così Dmitrij libero di vivere serenamente la propria infanzia. Questa sí, potrebbe essere una regola! Non permettete alla musica di invadere gli spazi emotivi ed espressivi dei bambini, così facendo eviterete di trovarvi delle dolcissime scimmie ammaestrate in casa.

Quando Sof’ja si accorge della facilità di apprendimento del figlio cede il passo ad un insegnante che potesse incrementare le sue doti e si rivolge alla sua prima insegnate di pianoforte, la rinomata Aleksandra Rozanova.

San Pietroburgo in quegli anni è una centrale nucleare di arte e creatività. Altra regola: crescere in ambienti stimolanti fa la differenza! Se cresciamo in città o peggio in nazioni senza musica non ci potremo aspettare granchè. Leggendo le lettere di Shostakovich si è sbalorditi dalla quantità di eventi musicali, teatrali ed artistici in genere a cui assiste, e con quale passione (persino il Circo con le tigri del bengala lo influenzano profondamente)!

Shostakovich proveniva da una famiglia di origine polacca, i nonni furono rivoluzionari antizaristi. Il padre fu chimico, collaboratore di Mendeleev (quello della tavola periodica degli elementi!). Abbiamo visto nel precedente post su Carlo Gesualdo che dare un’occhiata al retroterra familiare può aiutare a capire determinate personalità.

Questi sono solo alcuni elementi che hanno permesso al giovane Shostakovich di “vivere la musica", e non solo "con la musica". Ci sono filmati che lo ritraggono durante l’ascolto delle proprie composizioni. Come fosse in stato catatonico il compositore ascolta immobile, ma centinaia di piccoli movimenti muscolari del volto tradiscono una intensissima attività mentale. Questo è un compositore. Un uomo rapito dai suoni; che pensa seguendo l’andamento delle note, di molte note, simultaneamente. Un uomo che vive una vita ultraterrena fra le stanghette delle battute. C’è il rischio di perdersi, di alienarsi e a molti è avvenuto. Ma sapersi allontanare dalla realtà a volte può essere utile.

Ecco cosa sono i compositori - usando un’immagine suggeritami anni fa della mia terapista (io non sono un compositore, sia ben chiaro ma capita a tutti di avere bisogno ad un certo punto di una o un terapista) - sono persone in grado di prendere un ascensore ideale verso l’alto (o il basso) per poi (speriamo!) fare ritorno.

Dmitrij Shostakovich muore nel 1975 ed ancora oggi mi sembra stia lí, immobile, in ascolto. Quando si impara ad allontanarsi dalla realtà, anche per vederla da un altro punto di vista, e come se ci si affianca alla morte e ci si trova lì in ascolto, tutti e due in silenzio. Come dei vecchi amici affacciati ad un belvedere, senza bisogno di dire “guarda qua!” “guarda là” ma ascoltando.

Non temete la musica di Shostakovich! Non temete la musica che non conoscete! Ogni brano sconosciuto può essere la porta di un nuovo ascensore. Facciamoci guidare dai compositori che come il lobby boy del Grand Budapest Hotel è lì per voi, pronto ad azionare la leva, siete voi a decidere quanto andare in alto (o in basso, non dimenticate).

La musica a volte può sembrare triste, tragica ma sospesi nello spazio tutto diventa forse buffo, i compositori ci portano li, dove tutto è buffo. Non è il regno della bellezza ma un luogo dove sorridere come quando si vedono due sconosciuti baciarsi in strada e magari ci commuoviamo per niente e non sappiamo perché. E nella nostra testa risuona questa melodia..

 

Grazie per la vostra attenzione, non so quale sarà il prossimo articolo, ho bisogno di tempo per riprendermi…intanto “che piano Signore/a?"...

mercoledì 3 giugno 2020

Una storia da ricordare ed una da dimenticare


Dicevamo...

Carlo Gesualdo, Principe di Venosa. Chi era?

In brevissimo: 
aristocratico Napoletano nato nel 1566 e morto nel 1613, uccise la moglie Maria d'Avalos e il suo amante Fabrizio Carafa. Madrigalista fra i più arditi nella sperimentazione armonica. Si sposò in seguito con Eleonora d'Este. Divenne uno dei compositori più ambigui e famosi della storia, di lui compose un omaggio Igor Stravinsky (un brano, a mio avviso, inascoltabile).

Questo lo troverete scritto un pò ovunque. Io cosa devo dire di più su di lui? In realtà ben poco, l'obiettivo di questo mio intervento vuole essere, sì, spronarvi all'ascolto dei suoi madrigali, soprattutto quelli più angoscianti! Ma c'è dell'altro.

Ad esempio:
- Lo sapevate che verso la metà del '500 ci fu una crisi economica che coinvolse i grandi feudatari del Mezzogiorno? La famiglia del nostro Carlo però se la scampò.

- Sapevate che il padre di Carlo, Fabrizio fu consigliere di Filippo II Re di Spagna? Fu mecenate ed amante delle arti, a lui venne dedicato per giunta un libro di madrigali composti da Giovanni Macque.

- Sapevate che Carlo Borromeo, Cardinale e Santo, padre della Controriforma, era lo zio di Carlo G. da parte materna (chiameremo solo qui Carlo B. il primo e Carlo G. il secondo)? Carlo B. in tutto ciò aveva una vera fobia delle donne. Detto il "Castissimo" (non sapevo si dovesse specificare di un Cardinale la propria castità, sarà stato il periodo storico, ma è sempre colpa del periodo storico!) si dice evitasse di stare in posti chiusi da solo con persone di sesso femminile.

- Sapevate che lo zio paterno di Carlo (non c'è più bisogno della G.), Alfonso, anch'esso Cardinale, partecipò a sette conclavi, pose la prima pietra della chiesa di S. Andrea della Valle a Roma e lasciò una cospicua eredità al nostro Gesualdo?

Ora, in questo contesto poteva non uscire fuori un personaggio che, sommando solo le principali influenze - tutte maschili - sarebbe con molta probabilità divenuto un musicista/uxoricida/ricco (in ordine di apparizione). È tutto molto scontato. Tutto tranne la musica di Gesualdo, che non fa sconti, e si spinge in avanti nel tempo, un esempio quasi unico; le stravaganze armoniche erano ben presenti nella musica dei suoi tempi ma lui spiazza tutti e se ne va direttamente nel XX secolo a fare compagnia agli avanguardisti.

Per aggiungere altre informazioni su Carlo G. (suona bene) possiamo dire qui che in seguito alla morte prematura del suo unico figlio Emanuele, a cui lui stesso non sopravviverà seguendolo 18 giorni dopo, la nobile casata dei Gesualdo ha termine.
Diciamo anche che un certo Torquato Tasso spedì al Principe quasi 50 componimenti poetici tentando una proficua collaborazione, ma il nostro ne mise in musica solo 8, snobbando agilmente il sommo poeta il quale aveva composto anche un sonetto proprio per lo sfortunato Emanuele.
Aggiungiamo che in seguito il Principe di Venosa si sposò niente meno che con Eleonora d'Este, sì! La grande casata dei D'Este di Ferrara già celebrata in passato da illustri musicisti, uno per tutti, Guillaume Dufay.  All'epoca i d'Este però non se la passavano bene, quindi un matrimonio con un parente di Carlo Borromeo poteva essere d'aiuto. E per concludere con un pò di folclore vale la pena riportare le parole del diplomatico Ferrarese che gli fece da guida presso i d'Este, tale Alfonso Signorelli che dirà di Gesualdo:
"Dimostra affetto napuletanissimo. [...] Raggiona molto et non dà segno alcuno, se non forse nell'effige di malenconico". 
Signorelli in seguito, descrivendo il piccolo concerto che Gesualdo tenne in serata in casa d'Este, scrisse:
"Chiaro è che l'arte è infinita. Atteggia però et si muove straordinariamente, ma tutto è gusto", concludendo con "illustre sì, ma terrone".
Al di là delle discutibili espressioni squisitamente leghiste non sembra il ritratto di un uomo dedito a martoriarsi l'animo e flagellarsi il corpo come spesso viene descritto il pio Carlo G.
Il tormento: questa la parola più utilizzata per descrivere il madrigalista assassino...lui è tormentato?! Non quelli a cui ha inflitto tormenti? Bah.

lunedì 1 giugno 2020

Cosa succede qui?


Cos'è questo Blog? Di che si parla? Chi sono io? Di cosa mi occupo?

Domande esistenziali a cui tenterò di dare non una ma più risposte, si perché l'argomento principale, la musica, non permette risposte univoche. 

Tutto scorre, diceva uno (lo so che sapete chi lo diceva ma mi piacerebbe evitare il citazionismo). 

Diceva Eraclito!

Si perché in questo blog si prenderà quasi sempre spunto da quello che ha detto qualcun'altro ma senza dare troppa importanza al "chi l'ha detto" per poter dare importanza in seguito al fatto che l'abbia detto anch'io.

Insomma:
Musica
Gli altri
Io

Ci sono ancora tante cose da aggiungere.

Per ora diciamo che il primo lavoro che ho scritto sulla musica è stata una tesi di Laurea dall'enigmatico titolo.... non ricordo esattamente qual era il titolo ma era di Estetica della Musica (Filosofia della Musica, come preferite). Si parlava di John Cage (sapete chi è, si?), Automatismo (se non sapete cos'è non siete i soli) e Surrealismo (nemmeno i surrealisti sapevano cos'era). 

La cosa bella è che Cage si è sempre dichiarato distante se non contrario alle conquiste artistiche dei surrealisti, mentre i surrealisti si sono interessati a tutte le forme espressive tranne che alla musica (anche all'architettura ma se si considerano le strutture architettoniche presenti in alcuni quadri e film surrealisti la si potrebbe considerare come appartenente alle esigenze artistiche surrealiste, come vedete basta poco per far scattare un ragionamento su una questione assurda di cui solo in pochi si interessano).
Quindi un lavoro con intenti utopici, e non vedo il motivo per cui non si possa parlare di questioni legate all'impossibilia o al dominio dell'improbabile. Lasciare avvolte nel mistero le idee trattate mi pare l'equivalente di quelle scritte che si trovano nei bagni "lasciate questo posto più pulito di come l'avete trovato": un precetto saggio e ampiamente condivisibile.

Ah..io mi chiamo Luca Di Bucchianico, sono un bassista e chitarrista (meglio come bassista che come chitarrista, anche se dipende dal genere, ad esempio sono meglio come chitarrista pop che come bassista pop, e nel jazz sono scarso su entrambi gli strumenti, anche se ho una innata propensione per le digressioni ...ci sono le digressioni nel jazz? Un altra questione da approfondire).

Poi sono un Insegnante di Musica, di quelli che sono stati precari a lungo e che ora si crogiolano nel "ruolo". Anche se in realtà al momento non insegno proprio musica e lavoro in una scuola dove la musica non c'è. Vedete? La musica oltre a non permettere risposte univoche a volte non permette risposte in generale (avete mai ascoltato "the Unanswered Question" di Charles Ives?)


Poi sono un corista, di quelli con una buona conoscenza musicale ma con un timbro di voce non così affascinante, ed ho avuto esperienze come direttore di coro ed arrangiatore di brani di varia natura per ensemble polifonici.

Poi ho scritto (si scrive la musica elettronica?) molta musica elettronica. Ho fatto un album solista prettamente noise.

Poi sto cercando di diventare il più grande pianista specializzato in repertorio pianistico infantile..ho 40'anni, si può dire, suonati. 
Ho suonato davanti a Zero persone e davanti a tante persone con un gruppo il cui cantante ha mostrato il suo (per pudore eliminerò le vocali dalla parola in questione) p..n..  a tutto il pubblico presente quel 1 Maggio in piazza San Giovanni a Roma.
Per quest'ultima informazione vedo che l'interesse del lettore che ha avuto la curiosità di arrivare fino alla fine della presentazione è stato ampliamente ripagato!  

E poi c'è il suono..

Qui taccio.


Ci vediamo presto su questo Blog per altre roboanti sottigliezze verbali e magari qualcosa di più concreto come "Carlo Gesualdo. Principe di Venosa", un libro di Antonio Vaccaro sul noto compositore Uxoricida che ha scardinato le regole della musica a cavallo tra il XVI ed il XVII secolo.
Curiosi?