Discorsi sulla Musica.
Personali impressioni di letture musicali e non. Un tentativo di discussione sull'estetica della musica e sulle sue implicazione nella vita di ogni giorno.
Eccomi di nuovo di fronte alla vita di un musicista.
Eccomi di nuovo di fronte alla musica di questo musicista, una musica che amo profondamente.
Eccomi di nuovo qui a cercare di mettere ordine alle idee, alle informazioni, ai dati e alle date storiche, ai personaggi incredibili che si incontrano quando si volge lo sguardo al passato. Si incontrano storie favolose di sfide al clavicembalo; di un padre musicista celebrato in tutta Europa da cui forse ci si vuole affrancare; di Maria Cristina di Polonia; di Maria Barbara principessa di Portogallo che diventa sotto i nostri occhi regina di Spagna; dell'Arcadia e delle sue serate ai limiti dell'onirico in cui gruppi di aristocratici, letterati e musicisti si "mascherano" da personaggi mitologici e ricreano (a modo loro) suggestive rappresentazioni pagane con tanto di baccanali e festini dionisiaci; della corte di Filippo V che per sfarzo compete con Luigi XIV; del primo caso moderno di musicoterapia; di Re impazziti per amore; di Farinelli, castrato eccelso e "gemello" di Metastasio...ed infine di un uomo, di sessant'anni che nella sua modesta casa a Madrid, circondato dalla sua numerosa famiglia scrive 555 sonate per clavicembalo senza nessuna ambizione professionale, senza soddisfare richieste di questo o quell'altro committente, senza esibizioni pubbliche. Quest'uomo religiosissimo diverrà Domenico Scarlatti e verrà celebrato come uno dei più grandi compositori della storia della musica europea.
Ma il giovane Domenico ambiva a questo obiettivo?
Quale è stata la sua vita?
Nel suo monumentale saggio su Scarlatti il clavicembalista e musicologo Ralph Kirkpatrick cerca di dipingere i tratti dell'uomo e del musicista utilizzando tutti i documenti possibili. Ma prima di sorvolare l'Europa a cavallo tra il XVII ed il XVIII secolo cerchiamo di capre perché io! Perché mi trovo a scrivere di Domenico Scarlatti? La risposta più ovvia è perché mi piace la sua musica? E come sono venuto in contatto con la sua musica?
Permettetemi di raccontarvi una breve storia personale:
Mi trovavo nell'aula magna della facoltà di lettere e filosofia dell'Università di Tor Vergata. Era nel pomeriggio e si stava allestendo l'aula magna per un concerto che sarebbe iniziato poche ore dopo. Ero solo in platea, non si stavano svolgendo vere prove, sul palco c'erano due persone: il primo era forse uno degli organizzatori del concerto, il secondo il compositore Mario Bertoncini. Di lì a poco avrebbe eseguito alcune delle sue composizioni ed altra musica di carattere sperimentale. Mi avvicinai timidamente al palco cercando di carpire l'argomento della discussione fra i due. Il Maestro Bertoncini spiegava al suo interlocutore qualcosa su di un musicista suonando esempi al pianoforte di fronte a cui era seduto. Si mostrava entusiasta nel far notare la modernità di certi passaggi pianistici e riferiva con trasporto quanto fosse importante l'opera di questo compositore che, ad intuito, apparteneva ad un passato non recente. Intuite di quale compositore si stava parlando. Vengo preso da una irrefrenabile curiosità, soprattutto dopo aver assistito al concerto serale, un concerto di musica contemporanea che mi fece prima di tutto apprezzare profondamente le composizioni di Mario Bertoncini (e mi permetto di inserirne un esempio qui anche se nulla ha a che fare con la musica di cui vi parlerò in seguito).
Tornato a casa mi metto alla ricerca di qualsiasi informazione sul musicista tanto decantato dal Maestro Bertoncini anche se nella mia casa da studente romano non avevo particolare materiale da consultare e quindi la curiosità rimase insoddisfatta, ma al primo rientro a casa dei miei genitori, in Abruzzo, mi metto subito a curiosare fra i numerosi CD di musica classica di mio padre e leggo "Horowitz suona Scarlatti", preso dall'euforia ascolto il contenuto del disco. Non ricordo quali siano state le prime sensazioni ma posso dirvi con certezza che dopo 16 anni la musica di Scarlatti e quella esecuzione in particolare mi accompagna ovunque e non smette di emozionarmi.
Questa storia personale mi fornisce due imperdibili occasioni: la prima (e la più importante per me) è di ringraziare mio padre. Non solo per avermi fatto ascoltare i suoi dischi ma in generale per avermi fatto! Così come sono.
La seconda occasione è invece di iniziare finalmente a parlarvi di Scarlatti proprio attraverso il rapporto con suo di padre (il quale non credo possa competere con il mio ma questa è un altra storia)
Il piccolo Domenico nasce a Napoli il 26 Ottobre, è il sesto figlio di Alessandro Scarlatti, arrivato da pochi mesi nella città partenopea da Palermo. Possiamo dire con serenità che Alessandro Scarlatti fu uno dei padri del melodramma barocco a cui apportò contribuiti fondamentali che lo collocano fra i compositori più apprezzati ed influenti della sua generazione.
Questo ci fa immaginare l'ambiente in cui crebbe Domenico. Breve parentesi: un opera lirica era ed è tuttora un lavoro musicale che prevede un lavoro organizzativo ed uno sforzo creativo poderoso. Si tratta di anche 4 ore di musica per voci e strumenti in cui si narra una storia, spesso ai limiti della realtà, da rappresentarsi in occasioni sfarzosissime in cui gli uomini e le donne detentori e detentrici del potere assoluto facevano sfoggio delle loro capacità economiche e politiche! In tutto ciò Alessandro ne scrisse 60!
Sarà risultato molto utile l'aiuto di chiunque per trascrivere le parti orchestrali, per consegnare le parti vocali ai cantanti che le avrebbero dovute studiare (il condizionale è voluto), per completare il basso nei recitativi o semplicemente per lavare la biancheria dell'oberato Alessandro, preso com'era a cercare di continuo nuovi ingaggi e nuovi protettori.
Si perché nonostante la fama, la vita degli Scarlatti è stata sempre dipendente dall'aristocrazia e dalle alte cariche del clero dell'epoca. E così inizia il peregrinare del giovane Domenico, il quale in questo ambiente aveva appreso le nozioni di base della teoria e della pratica musicale.
Non c'è stata una formazione ufficiale per lui o comunque non se ne ha traccia ma visto che praticamente tutti i componenti della famiglia Scarlatti erano musicisti non deve essere stato difficile maneggiare con destrezza l'armonia e il contrappunto.
La cosa difficile era vivere di musica, guadagnarci, monetizzare. E allora inizia così il viaggio di Domenico al seguito dell'amorevole padre che sfrutta tutte le sue conoscenze per trovare un degno impiego al figlio:
1701 - Domenico riceve il primo incarico come organista e compositore reale a Napoli (all'epoca vicereame spagnolo)
1702 - si va a Firenze in cerca di miglior impiego alla corte di Ferdinando de' Medici. Le prime composizioni di Domenico vengono a lui dedicate. Qui Domenico conosce un cembalaro padovano, Bartolomeo Cristofori, che forse gli mostra una sua recente versione del clavicembalo che chiama forte-piano, uno strumento che avrebbe avuto discrete applicazioni nella futura produzione musicale...diciamo in tutto il mondo
1703 - si torna a Napoli un pò delusi ma qui Domenico compone i suoi primi drammi per musica dedicati a Filippo V di Spagna
1705 - andiamo a vedere che aria tira a Venezia, cerchiamo fortuna lì, inoltre pare ci sia un certo "prete rosso" che faccia della musica particolarmente suggestiva. Non sappiamo se Domenico incontrò Antonio Vivaldi ma che non abbia mai ascoltato la sua musica pare cosa assai improbabile.
Sempre a Venezia incontra un appassionato di musica inglese, un certo Thomas Roseingrave su cui vale spendere due parole. A leggere le sue cronache pare che il britannico dopo aver ascoltato Domenico sbizzarrissi al clavicembalo non rimase più lo stesso, una adorazione sconfinata lo rese il più grande ammiratore di Domenico Scarlatti per almeno un secolo e mezzo. Non che sia campato così a lungo (in effetti morì in condizioni mentalmente instabili in seguito ad una delusione amorosa che lui definì pittorescamente come "crepation") ma è grazie a lui che si conosce una parte delle composizioni di Domenico Scarlatti e fu l'iniziatore del culto Scarlattiano in Inghilterra
1709 - siamo a Roma! Nella capitale l'esiliata Cristina di Svezia alimenta in modo prodigioso la produzione artistica e culturale della città. Convertita al cattolicesimo Cristina fa di Roma un grande centro per le arti. Pasquini, Corelli e lo stesso Alessandro Scarlatti ne celebrano la gloria e si giovano della sua protezione. Alla sua morte viene istituita l'Arcadia sotto l'egida del Cardinal Ottoboni che prosegue la sua opera di mecenatismo. In casa del Cardinale, Domenico pare abbia incontrato un musicista tedesco, un caro sàssone, e pare che vi fu una sfida al clavicembalo tra Domenico e questo tale Georg Friedrich Händel. Le opinioni sono discordi su chi avesse vinto la sfida ma pare che il tedesco fosse insuperabile all'organo.
Intanto Domenico entra al servizio di Maria Casimira di Polonia che tenta di emulare la compianta Cristina, pare senza troppo successo.
In pochi anni Domenico ha visto e toccato con mano lo sfarzo europeo dell'inizio del XVIII secolo, un mondo quasi irreale dove l'architettura diventava immaginifica, (pensiamo al palazzo Zuccari di Maria Casimira) dove gli eventi teatrali venivano descritti dai visitatori come bolgie infernali, dove i castrati provocano reazioni emotive incontrollabili, sovvertendo le regole consolidate dei generi sessuali, dove la Chiesa era quasi più narcisistica dell'aristocrazia.
Ma il viaggio continua
1714 - dopo essere stato maestro della Cappella Giulia, la più importante Cappella del mondo, diviene il maestro di clavicembalo dell'ambasciatore portoghese a Roma, il marchese de Fontes. E forse grazie a lui che Domenico entra in contatto con la lussuosa corte di Giovanni V, re del Portogallo, fervente cattolico e mecenate delle arti e della musica, specialmente verso la pratica e lo studio del Canto Gregoriano. Inoltre parliamo di una corte che basava le sue ricchezze sulle colonie nel Nuovo Mondo, oro e spezie che vengono dall'Atlantico. Chi sa che racconti si potevano ascoltare da chi tornava da questi viaggi?
A sua figlia Maria Barbara, Giovanni V volle offrire una educazione musicale delle più elevate, ovvero chiamando a corte un musicista italiano, come si usava all'epoca (è curioso pensare agli italiani come "merce" di valore nella storia della musica).
La vita di Domenico stava per cambiare radicalmente. Intorno al 1719 Scarlatti segue la sua illustre allieva in Portogallo, da allora i due saranno inseparabili. Ma cerchiamo di capire in quale contesto visse Domenico da allora in poi:
Filippo V, primo Re di Spagna della dinastia dei Borboni è il nipote di Luigi XIV, avete presente il Re Sole? Ecco, suo nipote non voleva essere da meno! E quindi vai di feste, rappresentazioni teatrali, balletti, musica a profusione e corti paradisiache: Aranjuez, San Ildefonso, La Granja, Buen Retiro, questi alcuni dei posti da sogno che il Re visita a rotazione con tutto il suo seguito.
E Domenico? Il fato volle che il Re di Spagna avesse un figlio in età di matrimonio; e quale sposa migliore se non la figlia del Re di Portogallo?
1729 - Maria Barbara sposa Ferdinando, figlio di Filippo V e i due, nonostante il matrimonio combinato, sembrano piacersi. Intanto Domenico si è sposato con Maria Catalina Gentili. Lei ha 16 anni, lui 43! In questo stesso anno nasce il loro primo figlio a Siviglia. La nuova vita di Domenico sta iniziando!
1737 - Un evento più unico che raro contribuisce a rendere la vita di Scarlatti ancora più anomala rispetto a quella di altri musicisti suoi coetanei (Bach, Händel, Rameau), seguitemi:
essere un musicista protetto da una principessa forniva diverse possibilità professionali, comporre opere per feste e celebrazioni era un ottimo modo per affermarsi nel panorama musicale internazionale. Scarlatti compose svariate cantate, serenate, omaggi e "applausi genetliaci" (musica per una festa di compleanno) ma a quanto pare questa non fu la sua vera vocazione. Avvenne appunto nel '37 che la Regina Elisabetta Farnese (un altro personaggio degno di nota) vedendo le condizioni psico fisiche in cui si trovava suo marito il Re di Spagna decise per una soluzione che risultò avanguardista per l'epoca. Il Re in effetti pare soffrisse di una grave forma di depressione, tralasciava completamente le questioni di Stato per dormire tutto il giorno senza "reali" scopi quotidiani. In quel periodo si diffondeva la voce di un cantante (ovviamente) italiano con doti canore soprannaturali, in grado di stregare le folle dei più importanti teatri d'Europa. Lo chiamavano "Farinelli" ma all'anagrafe di Andria era registrato Carlo Maria Broschi, il più famoso castrato di tutti i tempi.
La Regina convocò Farinelli per tentare una cura alternativa ai disturbi del Re.
Si racconta che Farinelli cantasse ogni sera nella stanza adiacente a quella in cui il Re riposava, una vera e propria terapia musicale venne attuata. La prima "musicoterapia" in senso moderno che si conosca. Ed il re sembrò migliorare notevolmente così che Farinelli si guadagnò la fiducia ed il riconoscimento dell'intera casata reale e a lui venne affidato il compito di gestire i teatri in cui venivano rappresentati drammi musicali in italiano. Un vero e proprio monopolio che rese Madrid un centro di produzione e diffusione dell'opera italiana, con il contributo fondamentale di Metastasio, il librettista più musicato in tutta la storia della musica.
Domenico in tutto ciò si vide quasi eclissato dalla figura carismatica di Farinelli, un altro musicista si sarebbe preoccupato molto per la sua situazione lavorativa. In effetti non c'era più spazio per fare carriera ma a quanto pare in questa situazione Domenico si trovò particolarmente a suo agio e proseguì con il suo lavoro di semplice insegnate di clavicembalo.
Quella raccontata finta è una grande storia generale, la storia di una Europa dominata dalla musica, sovrani curati dalla musica, corti intere guidate dai ritmi musicali, teatri che accoglievano quasi tutti gli strati sociali che zampillavano musica ogni giorno, il popolo, anche quello meno fortunato, veniva invaso e sollevato dalla forza evocativa del canto, i cantanti e le cantanti erano vere celebrità di cui tutti parlavano. Un mondo sfavillante.
Sicuramente il carattere fortemente decorativo della musica dell'epoca ci appare oggi un pò come gli stucchi delle chiese barocche: frivoli, eccessivi, ripetitivi e forse utili a mascherare le crepe della società, ma facciamoci rapire per un attimo dalla fantasia e troviamoci a Venezia con Corelli e poi Vivaldi, a Roma nei giardini segreti dell'Arcadia, nei giardini geometrici de La Granja, a teatro a sentire Farinelli con il pubblico in delirio. Basta poco per viaggiare sulla storia.
Torniamo a Domenico
1738 - Scarlatti è investito dell'ordine portoghese di Santiago dal Re di Portogallo. Ha una rendita mensile che gli permette di vivere dignitosamente con la sua numerosa famiglia a Madrid, le ronde nelle varie dimore regali diminuiscono sempre di più. Maria Barbara non richiede grossi sforzi al suo Maestro. Ha 53 anni ormai. In oltre l'anno dopo Scarlatti perde la sua prima moglie, sembra dedito al gioco d'azzardo ed è solo con i suoi figli. Si risposerà qualche anno più tardi con Anastasia Ximenes, è completamente spagnolo ora e si fa chiamare Domingo Scarlatti.
Qui appare il musicista che ha attraversato secoli per arrivare a noi.
Nel '38 vengono pubblicati i famosi Essercizi per gravicembalo, l'opera per cui verrà maggiormente conosciuto fino al XIX secolo. Ma badate bene, non è ancora lo Scarlatti che apprezziamo oggi. Sono brani estremamente virtuosistici e sono, appunto, esercizi. Ad ogni modo si trovano qui già i germi del mutamento stilistico.
1746 - Filippo V Re di Spagna muore. Gli succede Ferdinando VI. Maria Barbara è ora Regina. Domenico avrà pensato "ok! I soldi non sono più il primo problema"!
Farinelli ha ancora più potere a corte, i nuovi reggenti sono dei veri appassionati di musica.
Scarlatti a questo punto si stacca da tutti e da tutto. Si sente forse libero, ma libero in un senso ampio. E qui arriva la musica..
Io vorrei tacere ma posso umilmente suggerivi di ascoltare questa sonata e sentire all'interno della sua semplicissima struttura bipartita quelle sezioni che appaiono ai minuti 0:14 e nella sua ripetizione a 1:38 e poco più avanti a 2:48 e a 3:30. Quelle parti in cui tutto sembra immobilizzarsi, la mano destra ripete una figura di due note, la sinistra suona accordi cangianti, un melodia struggente si insinua fra le due parti e poi si torna alla normalità. A sentire quel sali e scendi di note ci troviamo appunto nella metà del 1700, con Händel, Soler, Gasparini, Couperin ma quando arrivano quelle sezioni, dove siamo? Nel romanticismo? Nell'impressionismo? Dove? Sembra di ascoltare Schubert. Non stupisce forse che uno dei pochi manoscritti delle sonate scarlattiane fosse gelosamente posseduto da Johannes Brahms.
Succede quindi che nel 1752 inizia la copiatura di una parte delle 555 sonate scritte da Domenico Scarlatti all'età di 67 anni! Facciamoci aiutare dalla fantasia anche qui, anche se io stesso ancora stento a crederci. 67 anni nel 1752 potrebbe equivalere nel 2020 a quanti? 90'anni? Allora ascoltando le sue sonate io rimango sbalordito se immagino la sua vita ed ascolto la sua musica, una musica che non sembra di un Maestro consolidato, severo ed equilibrato come si conviene alla sua età. C'è invece uno spirito giocoso, alle volte ironico ma anche profondamente sensibile, musica fresca e giovanile.
Le sonate sono tutte racchiuse in forme estremamente rigide, durano tutte introno ai 4 minuti, ad un ascolto superficiale sembrano assomigliarsi, ad ogni modo sono riconoscibilissime. Ma al suo interno, come nell'esempio precedente, si trovano esplosioni di fantasia, originalità, tenerezza, commozione, si sentono le chitarre spagnole, le nacchere, i mandolini napoletani ed una armonia, come notava Bertoncini, assolutamente unica. Gli accordi maggiori vengono facilmente sostituiti dai minori, l'armonia delineata dai bassi spesso scarni e cantabili viene continuamente dirottata su tonalità lontane dalla melodia che si muove libera, fino alla sovrapposizione armonica in cui ad esempio al basso c'è un accordo arpeggiato e alla melodia dei bicordi appartenenti ad un altra armonia, come nella sonata k. 359.
Non abbiamo sonate autografe di Scarlatti, le principali fonti sono queste due copie fatte da un copista anonimo (lo stesso per entrambi i documenti) conservati a Venezia e Parma. Poi abbiamo altre fonti ma nessun autografo delle sonate.
Nelle sue numerose sonate Scarlatti inaugura oltre ad un nuovo stile musicale che rimarrà ineguagliato anche un nuovo modo di concepire la composizione musicale. Una ricerca personale e quasi intima caratterizza la sua musica, il che lo rende simile a Bach per certi versi, ma l'utilizzo di un unica forma musicale fa pensare tanto al giardino in cui Candido di Voltaire si ritira dopo aver vissuto mille disavventure, a coltivare insalata e pomodori che saranno stati squisiti.
Qui potremmo parlare di una piccola storia personale generale di uomini e donne che senza ambizioni fanno le loro piccole ricerche in privato pensando "tanto nessuno ascolterà o guarderà o leggerà o toccherà i miei risultati" e forse sarà così, ma, per l'amor di Dio, non fermatevi mai! L'ambizione non è da disprezzare, anzi etimologicamente vuol dire andare in "ambo" i lati, è indice di curiosità, significa voler espandere le proprie conoscenze ma perché privarsi del piacere di avere ambizioni private, in mignatura, lillipuziane? Scoprire qualcosa su di noi, ambire verso l'interno, rovistare dentro i nostri sentimenti e brevettare un nostro linguaggio personale. Io credo sia altrettanto importante guardare alle stelle quanto osservare da vicino la propria pelle, le proprie mani, guardarsi negli occhi e ascoltare la propria voce.
Credo che Scarlatti sia giunto a questo, mentre i grandi compositori della storia facevano sentire la loro voce lui ascoltava tutte le sfumature, le increspature e anche i difetti della propria voce.
Piccola guida ad alcune sonate "scarlattiane":
Immergetevi e smarritevi nella dolcezza dell'andamento melodico di questa sonata. È una delle sue sonate più semplici per quanto riguarda l'esecuzione e l'ho ascoltata per la prima volta solo recentemente. Sarà l'esecuzione di Gottlieb Wallisch ma sono rimasto stregato dalla malinconia che la pervade e al contempo dalla serenità che esprime
Ai confini della commozione. Le fluttuazioni emotive vengono tradotte da Horowitz in maniera sublime, si sale e si scende in maniera dolcissima verso i climax espressivi e si discende senza sapere se sia stata più dolce la salita o la discesa, sentiamo un leggero roteare, una caratteristica comune in Scarlatti, tutto ci gira intorno, si può rallentare ma non ci si ferma mai e perdiamo i sensi nel capogiro
Finalmente una versione per clavicembalo, il fatto che per alcune sonate io prediliga il pianoforte non è una avversione per un approccio esecutivo filologicamente corretto, ma solo perché mi piace di più.
Qui di seguito però abbiamo uno dei massimi interpreti di Scarlatti che esegue una sonata evidentemente ispirata dalle danze spagnole che Scarlatti potè ascoltare e vedere più volte in Spagna. È indubbio il fatto che Domenico abbia inserito liberamente "impressioni" sonore prese dalla vita quotidiana nella propria musica, come un viaggiatore curioso il suo sguardo si posa ovunque e il suo orecchio assimilava il suona delle campane, delle orchestrine di fiati nelle processioni, dei canti e ovviamente della chitarra e delle danze che in seguito avrebbero caratterizzato l'animo e la cultura iberica.
La prima sonata che abbia mai ascoltato e ancora adesso una delle mie preferite, queste cascate di notte che salgono e scendono mi fanno pensare all'acqua e ai colori della primavera. Forse nei giardini de La Granja Scarlatti potè ammirare i moti fluidi delle fontane che come nell'Alhambra seguono le scale di pietra. In alcuni punti il flusso sonoro si interrompe ma lo fa in maniera naturale e qui Horowitz imprime la sua versione ed io lo seguo mesmerizzato
Qui abbiamo una pura melodia, quasi senza ritmo, che passa dai toni bassi a quelli acuti in modo assolutamente fluido, tutto e melodia, le crome si rincorrono ma senza fretta, sembrano non voler finire mai il loro gioco, un gioco dolce e infinito. Due linee pure, una alla mano destra ed una alla sinistra. Si potrebbe tracciare con facilità il loro tragitto con due colori su di un foglio. Svolazzano come farfalle e danzano nell'aria.
Quante altre sonate mi piacerebbe suggerirvi ma vi lascio con un gioco: ognuno di voi può scegliere all'interno delle innumerevoli sonate di Scarlatti la propria, anche casualmente ma facendola propria, identificandosi con essa, oppure regalandola e dedicandola a qualcuno a cui si vuol bene. Potete commentare questo post comunicando la vostra scelta se volete, oppure tenerla nel vostro intimo.
Io consiglio le esecuzioni pianistiche di Vladimir Horowitz, Christian Zacharias, Ivo Pogorelich e di Arturo Benedetti Michelangeli; il suono del pianoforte è più familiare per molti di noi ma ovviamente Scarlatti scrisse esclusivamente per clavicembalo quindi è altrettanto consigliato l'ascolto delle sonate nelle esecuzioni di Scott Ross e dello stesso Ralph Kirkpatrick.
Grazie per l'attenzione, io vado a scegliere un altra sonata di cui innamorarmi
Dopo aver pubblicato il Post "Esoterik Satie" mi è stato richiesto da un caro amico un analisi più dettagliata delle strutture musicali citate nell'articolo, strutture dette a "tempo zero" secondo la definizione di John Cage. Un altro amico (si, mi vogliono bene) mi ha fatto notare un articolo in cui si parlava degli effetti "deomoniaci" di Vexations, composizione estrema di Satie che ad oggi risulta il brano pianistico più lungo della storia (composto di soli tre righi musicali - Satie spesso non usava le battute divisorie - ripetuti per 840 volte).
Bene! Tutti questi input mi hanno spinto a scrivere questa postilla che quindi andrà letta come integrazione al succitato post "Esoterik Satie", quest'ultimo è stato volutamente scritto di getto, anche se avevo ben in mente gli argomenti da affrontare, e si è avvalso di un linguaggio molto più libero rispetto ai post precedenti e, credo, a quelli futuri. Quindi ho sentito la necessità di aggiungere qualcosa di più "tangibile".
Ho preso spunto dall'analisi di alcune opere di Satie fatta da Cristina Cano in "Erik Satie: calligrafa e nonsenso", testo inserito nella raccolta intitolata "Erik Satie. L'idea non ha bisogno dell'arte" edito da Casanova e Chianura Edizioni del 2010.
In questo articolo la Cano analizza il brano Choses vues a droite et a gauche (sans lunette), una composizione del 1914 per pianoforte e violino. La Suite è divisa in tre parti: Choral hypocrite, Fugue à tâtons e Fantaisie musculaire. Il compositore ha qui 46 anni ed ha appena (!) finito i suoi studi con Vincent D'Indy presso la Schola Cantorum di Parigi, un Conservatorio privato di Parigi dove si studiava soprattutto polifonia barocca e classica, canto gregoriano e contrappunto rinascimentale.
Il brano in questione risente quindi della recente esperienza ed è in effetti una specie di banco di prova in cui le regole formali e strutturali derivate dai modelli classici vengono al contempo osservate rigorosamente e deformate in modo personale e liberissimo.
Eviteremo di commentare le indicazioni esecutive e gli scritti lasciati da Satie sulla partitura per concentrarci sulla struttura.
Choral hypocrite
Il brano è composto da 10 battute in un 4/4 regolarissimo con indicazione "Grave". Ritmicamente semplicissimo. Ciò che mi ha colpito è l'armonia. Non ci sono alterazioni in chiave (ma ci sono le stanghette di separazione delle battute, per Satie è già tanto!), l'impianto tonale sembrerebbe aggirarsi intorno al Do maggiore anche se non ci sono mai cadenze su questo accordo. Penso al Do perché anche nel brano successivo, la Fugue à tâtons si "ostenta" un banalissimo Do Maggiore, la tonalità "facile" in contrasto le complicazioni studiate nella Schola Cantorum.
Batt 1 e 2 - gli accordi sono Mi Maggiore-Fa-La7-Re6-Re senza la terza. Tutto fa pensare alla tonalità di re maggiore ma Satie lascia l'accordo finale sfornito della terza.
Batt 3 e 4 - ci sembra di individuare una progressione armonica Sol7-Do aumentato-Lam-Re4 poi tutto viene spezzato da un Do raddoppiato in ottava al basso del pianoforte, sull'ottava tenuta del Re del violino e poi una mancata consolazione sul Mi7 a fine battuta.
Notiamo la presenza della corona alla fine di ogni gruppo di due battute, anche qui una forzatura "anti-accademica".
Batt 5 e 6 - Appare il nostro Do ma dissonantissimo con la settima minore e poi con la Sesta che fanno virare verso il Fa maggiore che lascia spazio ad un possibile "contraccordo" di La minore9, anche questo senza la terza. Qui siamo già molto lontani da tutto ciò che riguarda l'armonia di un Corale.
Batt 7 e 8 - il famoso diabulus si/fa è qui esposto in bella vista ad inizio battuta, il basso scende finalmente verso il Do, anche con il fa del violino che si adagia dolcemente sul mi per completare la triade perfetta ma niente! Non è arrivato il momento del riposo, ci fermiamo sul Sol9, abbiamo la speranza di aver trovato almeno la Dominante.
Batt. 9 e 10 Gli accordi del piano sono ancora più ricchi di settime e none, il Mi7/9minore si rilassa sul Fa maggiore che si trasforma in Fa# diminuito interpretabile come rivolto del Re7, possibile Dominante della Dominante, ed infatti ecco un accordo di Sol! Andiamo avanti? No! Il Brano è finito, rimaniamo con questo Sol anch'esso sprovvisto di terza ma con un bel intervallo di quarta che ci lascia tutti sospesi.
Cosa ci vuol dire Satie? Io credo che il messaggio sia chiaro, le regole ci sono, si possono seguire ma semplicemente si preferisce fare altro.
Fugue à tâtons
Qui faremo appello oltre all'analisi della Cano anche all'interpretazione analitica di Cage che, come scrivevo nel post precedente, sottolinea l'importanza dello studio delle strutture utilizzate da Satie, strutture che anticipano secondo il compositore americano il metodo "seriale" di Webern.
Andiamo a vedere:
Batt 1/8 esposizione del "soggetto", dovremmo chiamarlo così solo che scorrendo lo spartito ci accorgiamo che non si tratta di una vera fuga, manca il controssoggeto, mancano le regole armoniche classiche, manca l'andamento ritmico di "rincorsa" tra un tema ed un altro. Ci accorgiamo in breve che manca la fuga stessa, vengono inseriti episodi apparentemente casuali in ambiti anche modali. Una cosa è certa, qui siamo in Do maggiore, nel senso che si inizia in Do Maggiore e si finisce in Do maggiore, in mezzo c'è un pò di tutto.
Ma la vera particolarità sta nell'uso di strutture organizzative numeriche che tendono rompere qualsiasi simmetria.
Come fa notare Cage la struttura si può sintetizzare così:
Tema1° - 8 battute
Tema2° - 8 batt
Divertimento1° - 8 batt+1
Tema3° - 8 batt
Divertimento2° - 8 batt+1+1
Tema4° - 8 batt
Divertimento3° - 8 batt+1+1+1
+3batt
Tema5° - 8 batt
Divertimento4° - 3 batt
Tema6° - 8 batt
Tema7° - 8 batt
Finale - 3 batt
Quindi abbiamo i numeri 3, 7 e 8 come elementi costitutivi dell'intero brano.
L'approccio rigoroso fa forse accostare il nome di Satie a quello di Webern, ed è sicuramente notevole lo sforzo innovativo del compositore francese a 46 anni, in una situazione economica non delle più favorevoli eppure pronto a lanciarsi in nuove sfide artistiche anche molto personali e quasi "invisibili", se non fosse, appunto, per gli strumenti analitici che altri musicisti possono utilizzare.
Bisogna anche ricordare che quando Cage scriveva dell'importanza della musica di Satie erano gli anni '50 e si era nel bel mezzo della "bufera di Darmstadt", dove i celeberrimi ferienkurse avrebbero influenzato più di una generazione di musicisti e compositori impostando in modo fin troppo autoritario il metodo "seriale" come unica alternativa per far progredire l'arte dei suoni. Il suo Messia era stato individuato appunto in Webern. Cage da buon dissacratore ma anche con ampio spirito pragmatico promosse la musica di Satie a suo personale modello affiancandolo a quello che forse sembrava già un sistema da superare, ovvero quello della serialità integrale (il carteggio tra Cage e Boulez è in questo senso illuminante).
Musica e matematica, il grande amore che mai tramonterà ma che mai si realizzerà completamente e rimarrà sintomaticamente "platonico"
Fantaisie musculaire
Qui la struttura numerica si fa ancora più serrata ed evidente anche all'ascolto. Brevi motivi vengono ripetuti ostinatamente e si succedono senza soluzione di continuità. Affiancati come pezzi di un collage sembrano svuotare la forma musicale. 4, 3 e 2 sono i numeri utilizzati. Una cadenza, reminiscenza barocca, ed un lungo glissato cromatico sembrano essere i riferimenti ai "muscoli" del titolo che nel complesso non sembra un brano virtuosistico. Le poche alterazioni rendono l'armonia abbastanza stabile ed il brano si conclude su uno stupendo accordo di La min arioso ed ampio, come è scritto sulla partitura: très large.
Conclusioni
Io credo che la vera innovazione della musica di Satie sia di aver presagito il concetto di "ripetizione come variazione" poi elaborato dai compositori minimalisti, penso soprattutto a Steve Reich e non a Philip Glass.
Quella di aver pensato la musica come "processo" e ponendosi come vero Maestro di Cage in questo senso. Rendere l'ascoltatore partecipe di un "processo", di un cambiamento graduale del ritmo e della melodia, come fa molta musica pop ed elettronica dagli anni 80 in poi.
Ripetere una frase, utilizzare accompagnamenti reiterati significava porre davanti all'ascoltatore una forma riconoscibile e ricongiungibile alla musica di "intrattenimento" praticata da Satie stesso al Le Chat Noir.
Ma questa evidente banalità viene ripetuta meccanicamente, in modo quasi alienato per essere subito abbandonata per passare ad un altra banalità, una catena di montaggio di banalità. La società dei consumi sembra aderire a questo tipo di approccio "usa e getta" musicale. Le frasi di Satie sembrano dei moderni campionamenti, base di molta musica attuale di grande impatto sociale. Ascoltare sempre qualcosa che si conosce già ma farlo come un amnèsico, o come se si avesse un dejavù, dimenticando dove si è ascoltato il motivetto orecchiabile in precedenza ma senza sforzarsi di riportarlo alla mente, tanto ne sta arrivando già un altro.
Satie è un ponte che collega molti elementi, il mestiere del compositore con il musicista della domenica, la musica "da tappezzeria" con l'ascolto ascetico, l'alto con il basso, il colto con l'incolto. Abbiamo bisogno di questo ponte, la musica contemporanea, anche la più "ostica" in realtà ha solo bisogno di un pò di fiducia e la musica di consumo ha bisogno solo di un pò di sfiducia. Devono esserci entrambe, guai a voler patteggiare per l'una o per l'altra.
Abbiamo bisogno di equilibrio e per imitazione guardare o ascoltare i passi felini del funambolo Satie sulla corda ci fa provare quel senso di bilanciamento che spesso ci spaventa e che ci fa cadere nella rete di protezione, sicura e confortevole...sede di un ragno carnivoro gigante!
Eccolo là che si aggira per i sobborghi della storia, per le periferie della musica.
Ora ha le sembianze di un anziano signore elegante. Entra in un piccolo Cafe ad Arcueil, a sud di Parigi, "bonjour!". Ordina qualcosa al bancone, non sappiamo se alcolico o non, si dice beva molto. La pleurite e la cirrosi epatica stanno per portarlo via da lì, da Arcueil, da Parigi, da Honfleur dove è nato, dalla Francia, dall'Europa, dal mondo.
Va via e non tornerà più, noi lo sappiamo ma lo guardiamo andare via e non lo aiuteremo. Se ne andrà da solo, solo pochi amici sapranno della sua partenza. Il compositore francese Darius Milhaud gli farà visita prima della partenza, lo saluterà in amicizia. Il primo Luglio del 1925.
Ieri
Questa volta non potrò parlare esclusivamente del compositore Erik Satie, nemmeno dell'uomo Alfred Erik Leslie-Satie ma dovrò necessariamente parlare di quell'anziano signore elegante che cammina da secoli ai confini del nostro orizzonte visivo, uditivo e narrativo.
Siamo circondati da questo orizzonte abitato da uomini e donne che hanno sfiorato gli eventi del proprio tempo lasciando però con un solo gesto leggero un solco profondo, come un aratro fatto di vetro soffiato trainato da colibrì.
Le immagini fantasiose e "surreali" non mancheranno, le macchine da scrivere, le sirene, le scimmie danzanti, le ore secolari e istantanee, Socrate, la gimnopedia, Peladan gran maestro dell'Ordine Estetico dei Rosa+Croce.
Danzano tutti intorno a lui, oggetti e persone, sulla musica di Parade
Mancano in molti: tutti gli adulatori ed i finti amici mascherati da cavalli. I critici ippopotami che non sanno pesare i suoni come lui sapeva fare. Mancano gli amatori della musica ambient ed i critici della musica ambient.
Vogliamo ascoltare la sua voce?
Non la troveremo nella sua musica, non la troveremo nelle istruzioni delle sue esecuzioni, nei suoi annunci pubblicitari immaginari, nei suoi scritti, nei suoi aforismi, la sua voce è andata via con lui e non abbiamo voluto ascoltarla perché quando parla un vecchietto strambo, un alcolista, un emarginato noi non ascoltiamo. Sorridiamo benevoli e quando andiamo via commentiamo bonariamente "che tipo!" e lo facciamo alla buona, siamo buoni, anch'io lo sono, non è questo il punto. Ma è questo il punto.
Satie è morto da solo e da allora non lo è stato più.
Il tempismo umano è sorprendente.
Io stesso scrivo qui dopo 95 anni e scrivo con spirito patetico e contrito come se volessi fare la lezione di etica ai miei sparuti lettori. Non voglio! E cerco di svincolarmi da questo, voglio parlare di quell'anziano signore elegante che è andato via, ai confini della musica, dove miliardi di esseri umani sono passati prima di lui che normalmente abbiamo dimenticato - e non potevamo fare altrimenti - ma ora fermiamoci!
Proviamo a pensare la storia della musica senza quelle personalità laterali inizialmente dimenticate e poi celebrate che non hanno fatto "in tempo" a ricevere i dovuti applausi.
Forse non c'era bisogno di applausi, forse molti di loro non hanno fatto niente per ottenere applausi. Ed è così, non si applaude chi non sale in scena, è un fatto! Ma a noi piace ripescare ogni tanto un "dimenticato" della storia e celebrarlo, riscoprirlo, svelarlo per la sua vera essenza...sempre in ritardo. Il fatto è fatto. Satie è andato. I "Mozart dimenticati" sono dimenticati.
Ebbene, la storia senza le storie dei dimenticati non esiste, così come non ci sarebbero i vivi senza i morti.
Ed i dimenticati siamo noi! Quelli che non "passano alla storia" ma sono trapassati dalla storia, un colpo di fioretto e "voilà", dimenticati! Tutti! Solo pochi si salvano e "fanno la storia", ma, badate bene, non è un problema. Basta esserne consapevoli.
La musica non deve fare la storia ed è per questo che non aggiungerò molta musica di Satie qui, ma voglio regalarvi una cosa:
Una chiave d'oro.
Con questa chiave non si aprono porte ma si chiudono!
Quando ascoltate la musica di Satie usate questa chiave magica e non si aprirà niente e rimarrete immobili davanti alla porta, immobili, pensando "e adesso?!".
E adesso niente. Siete stati fermi in attesa per pochi preziosissimi istanti, continuate ad insistere e troverete la musica di Satie.
Stringiamo.
La musica di Satie è in buona parte musica che potremmo chiamare "concettuale", ovvero una musica la cui bellezza è celata all'ascolto diretto e viene svelata solo con il supporto del pensiero.
Perché?
La musica di Satie è spesso costruita con strutture numeriche non percepibili, un pò come Bach, solo che in Bach si sente. Voi sentite il fascino aritmetico/algebrico/geometrico della musica di Bach? No?? Vergogna!
Asini! Come fate a non sentire l'eleganza matematica del Clavicembalo ben temperato? Vi manca il temperino? Io, per quanto mi riguarda, non ho idea di come si temperi un clavicembalo, ci vuole un temperino enorme ed io non posso permetterlo.
Dicevamo
Diceva John Cage
Ripetiamo: un suono ha quattro caratteristiche: frequenza, intensità, timbro e durata. Il silenzio (il rumore ambientale) possiede soltanto la durata. Una struttura musicale di tipo zero dovrà essere esattamente un tempo vuoto. Satie ha costruito almeno tre tipi di strutture a tempo vuoto:
Cosa vuol dire?
Satie scriveva 5 battute di musica "tematica" (un tema, un episodio, il soggetto di una fuga, etc.), poi 6, poi 3, 7, 3, 6, 5, creando la simmetria della figura A, oppure usava gli altri metodi (B e C) per evitare appositamente le strutture usate dai compositori in precedenza, con la differenza che se ascoltiamo una sonata di Beethoven riconosciamo la differenza rispetto ad una sonata di Mozart, ne possiamo ascoltare la diversa concezione armonica, melodica, strutturale. Qui invece non si capisce direttamente cosa sia successo alla cara vecchia forma musicale.
In soldoni.
Questa struttura musicale è concettuale, non si può ascoltare a meno che vi siate messi ad analizzare gli spartiti in questione, e questo lo pretenderebbe solo qualcuno di estremamente pretenzioso, che prima pre-tira e poi pre-tende, e tendi oggi e tendi domani e alla fine il prete si spezza.
Ed è così che la musica contemporanea non l'ascolta più nessuno, e vorrei farvi riflettere sull'assurdità di tale espressione.
La musica contemporanea non l'ascolta più nessuno
il contemporaneo che è per definizione "ora", non è più. Viene evitato. È sempre una questione di tempo, anche qui.
Ma voi avete la chiave magica dove, se vedete bene, c'è scritto:
La musica non è la porta per un luna park
Dietro la porta non c'è niente ma davanti alla porta ci siete voi
Ascoltare è la cosa migliore che potete fare
Capire è la cosa più pretenziosa che potete fare
Vivere in un tempo zero vuol dire fermarsi e ascoltare
La musica è sacra anche senza Kyrye Eleison, Requiem o nam myo renghe kyo. La vita di ogni essere umano è sacra anche se non ha scritto l'inno alla gioia. I morti sono sacri e sono molti di più dei vivi. Io sono sacro anche se sono vivo. Il tempo è sacro e la musica può essere la sua voce. Questa voce muta è sempre con noi. Viene cantata spesso da voci e strumenti in tutto il mondo, a volte viene cantata da un anziano signore elegante che esce da un Cafe e saluta tutti "au revoir!"
Per lui cantiamo la Messa dei Poveri
PS
Vi ricordate la chiave? Si, ora è il momento di usarla.
PPS
Avete ancora la chiave? Bene! Potete usarla ancora!
Raccontare la storia del compositore russo Dmitrij
Dmitrievic Shostakovich.
Magari non La storia ma una storia.
Non perché non sia in grado di raccontarvi tutte le infinite vicende che caratterizzano la sua biografia ma semplicemente perché provo
verso di lui e verso la sua musica un’attrazione quasi maniacale e quindi posso raccontarvi solo la mia versione dei fatti.
Ci sono diversi motivi che potrebbero spiegare questa mia passione:
-Ho sempre amato la musica russa (la mia
professoressa di musica durante le scuole medie mi “illuminò” con Quadri di
un’esposizione di Musorgskij, poi ho continuato da solo)
-Ho sempre amato i compositori tragici e comici
allo stesso tempo (Ravel con la dovuta eleganza, Satie con la dovuta
Socraticità, Ligeti con la dovuta ungheresità, potremmo tornare indietro fino
ad Orlando di Lasso e Josquin DesPresz con le loro dovute -ità, ma fermiamoci
qui)
-Ho -non da sempre ma da qualche anno- amato
Cechov che guarda caso è lo scrittore prediletto di Mitja (nomignolo affettuoso
usato da familiari ed amici di Shostakovich.. vedete la confidenza che mi
prendo nei suoi confronti?)
In questi giorni sto leggendo Trascrivere la vita intera -
Lettere 1923/1975, la raccolta del suo epistolario curata da Elizabeth Wilson.
Ho preferito non completarne lo studio prima di scrivere questo post perché mi
trovo realmente immerso nella sua storia ed è diventata una lettura fortemente
condizionante. Quindi che cosa scrivere? Una storia, no! Un resoconto, no! Proviamo ad unire informazioni concrete con speculazioni meno concrete e vediamo cosa esce. Mi baserò su altri testi studiati in precedenza e
sulle informazioni/impressioni che ho accumulato nel corso degli anni, da
quando ascoltai la prima volta la sua settima Sinfonia (avrò avuto 17 anni).
Le descrizioni e le caricature su di lui generalmente
mostrano un uomo riservato, silenzioso, introverso, nascosto dietro spessi
occhiali da vista, accanito fumatore, nervoso. Ci sono svariati filmati
d’epoca, documentari e foto che lo ritraggono così.
Ma è un’immagine giovanile quella che scelgo perché è il giovane
Shostakovich di cui vi voglio parlare e da cui trarrò spunto per tentare di
rispondere ad una grande domanda:
Chi sono i compositori?
Ma prima parliamo di musica. Vorrei inondarvi di filmati e
registrazioni, un po' come quando si va in gita in montagna e c’è sempre qualcuno
che indirizza la vostra attenzione continuamente su qualcosa infastidendovi con
un mantra: “guarda qua!” “guarda là!” guaaaarda che beeeello!”, e voi premeditate
di gettare l'arguto amico dal belvedere. Cercherò di essere più discreto.
É incredibile quanto sia eterogenea la sua musica. Vi si
può trovare di tutto, dall’accompagnamento per cartoni animati ad esperimenti
di tipo dodecafonico, sempre all’interno di una cornice armonica diciamo
“classica”.
Perdetevi nel suo catalogo delle opere, troverete molte
sorprese e musica per tutti i gusti perché Shostakovich amava l'atto stesso del comporre. Lo faceva velocemente e lo faceva di continuo. Il motto del suo epistolario è “neanche
un giorno senza scrivere”. Allo stesso modo scopriamo che, anche quando non era
impegnato in nuove composizioni, amava esercitarsi con trascrizioni,
armonizzazioni, orchestrazioni e a volte copiava persino alcune sue opere del
passato per regalarle agli amici più intimi. Pesco qui per voi due brani che
possono esemplificare questa sua poliedricità compositiva.
Non male, no?
Passiamo ora a sintetizzare alcuni eventi fondamentali
della sua vita artistica.
1926, l’Ochestra sinfonica di Leningrado esegue la sua
Sinfonia n.1 in Fa minore. Sul podio c’è Nikolaj Mal’ko.Mitia ha vent’anni, sta ancora studiando al
Conservatorio, in effetti la sua Sinfonia era stata presentata ai Docenti in
versione pianistica qualche anno prima. Ascoltiamo le parole del grande dirrettore d'orchestra Valery Gergiev https://youtu.be/uIHGMsAaHx0 e la sua esecuzione.
Il successo è enorme. La Sinfonia viene inserita nel
repertorio dei più grandi direttori d’orchestra dell’epoca: Bruno Walter,
Leopold Stokowski, Artur Rodzinski ed anche Arturo Toscanini. La carriera del compositore
ventenne ha inizio con grande energia. Discuteremo fra poco sulla questione
della precocità dei compositori.
1927, compone Il Naso, un’opera lirica tratta
da Gogol. Grande successo ed inizio della collaborazione con Majakovsky,
Meierchold e Dovchenko (tre giganti della cultura russa del’900).
Contestualmente compone molta musica per balletto e per film
e lavora come pianista accompagnatore per film muti, lavoro che con il tempo finisce per
detestare.
1934, prima rappresentazione di un'altra opera, Una
Lady Machbeth nel distretto di Mcensk. Dopo l’impatto mondiale ottenuto con
la Prima Sinfonia Shostakovich continua ora la sua ricerca espressiva
affrontando un argomento quanto mai spinoso. Una donna sposata si innamora di
un servitore del suocero, l’amore incestuoso viene rappresentato con forza e
drammaticità, le conclusioni tragiche sono inevitabili. Il successo è grande e
l’opera viaggia per due anni in tutto il mondo. Dedicata alla giovane moglie Nina Varzar fu concepita come prima parte di
una trilogia musicale sulla donna! Nel ’34! In Russia! Come potrà andare a
finire? Stalin stesso volle assistere ad una rappresentazione! L’uomo d’acciaio
abbandonò il teatro Bolshoj alla fine del terzo atto! Dopo pochi giorni uscì un articolo sulla
Pravda (giornale del Partito Comunista) in cui si scriveva (appunto): “questo
gioco finirà male”! L’opera viene ritirata dalle scene ed il compositore
accusato, velatamente, di essere un “nemico del popolo”.
Il noto violoncellista Mstislav Rostropovich, amico intimo
di Dmitrij, ricorda l’evento in questi termini: “fu come l’esplosione di una
bomba atomica!”.
Questo evento fu estremamente significativo principalmente per
due motivi. Il primo perchè indicó l’inizio di un’epoca tragica per tutto il
popolo russo: l’avvento della dittatura Stalinista che, come sappiamo, si
infiltró in modo infettivo in tutta la produzione artistica dell’epoca. Il
secondo motivo fu che questa iniezione di veleno venne inflitta in pieno petto
proprio su Dmitrij Shostakovich, il genio musicale che si era fatto conoscere
in tutto il mondo, il figlio prediletto della grande madre Russia, osannato a
Leningrado e a Mosca e sostenuto dalle stesse autorità che ora lo condannavano quasi
a morte.
Questo avverrà costantemente per tutta la vita del
compositore e, vi giuro, osservare dopo un secolo questi fenomeni sociali
lascia quasi storditi. Shostakovich venne insignito per cinque volte del premio
Stalin ma al contempo finì nella black list dei compositori
“formalisti”, cioè quei compositori che si curavano solo della forma della
propria musica senza badare al contenuto, al messaggio, che doveva essere
necessariamente allineato a quello del Partito. In seguito fu persino mandato
negli Stati Uniti come ambasciatore di pace e lì venne accolto da cartelli con
su scritto “Shostakovich buttati dalla finestra!”. Criticato brutalmente e
osannato dalle folle, simbolo di pace e di corruzione morale, codardo ed
eroico, traditore e patriota! Su di lui si scontrarono persino il musicologo
Massimo Mila e Palmiro Togliatti! (il primo difendendolo, il secondo
criticandolo)
Realmente non si trova un filo logico in certe pieghe della
storia. Anche qui, rendiamoci conto, è stata la musica a cambiare le direzioni
delle sorti non solo di Shostakovic ma, mi sento di dire, di una porzione di
mondo. L’immagine che veniva data della nuova potenza russa fu modellata da
eventi come questo. Il popolo riceveva un messaggio chiaro, questa musica è
contro di voi! Ma andiamo avanti.
1937, qui avviene una delle prime “capriole” storiche
della musica di Shostakovich. Dopo aver ritirato la sua quarta sinfonia, si
dice per timore di ulteriori repressioni (per anni Mitja fu preso, come tutti,
dal terrore di essere deportato) viene presentata la Sinfonia n.5 in Re minore.
Il successo è totale. La riabilitazione parziale. Si dice che sia stata
composta come un mea culpa rispetto alla Lady Macbeth. Cosa avviene
realmente? Non lo sapremo mai e non ci deve nemmeno interessare. Io credo, e lo
dico a gran voce, che sia impossibile comporre un’intera
sinfonia solo per “scusarsi”. La struttura musicale di una Sinfonia è complessa
ed articolata, fa uso di una enormi quantità di regole per cui utilizzarla come
mezzo di comunicazione è un po' come ordinare una pizza usando un algoritmo! La
musica non parla russo, tedesco, francese o italiano. Non è un linguaggio come
quelli che utilizziamo (male) quotidianamente. Mi verrebbe da dire che la
musica non sia affatto un linguaggio ma la questione diverrebbe troppo complessa
da affrontare qui. In questa sede voglio solo dire che nel caso della musica di
Shostakovich il tempo, la storia, il contesto politico, le singole personalità
hanno sempre tentato di piegare il pentagramma, forzare le chiavi di violino,
spezzare le pause per sovraincidere (in senso scultoreo) sulla carta da musica
parole come patria, orgoglio, nazione, fede, per dare voce a qualcosa che ad
alcuni sembra muto. Si, perché certe volte alcune musiche non ci “dicono”
niente, ma siamo noi che non vogliamo o non possiamo ascoltarle, perché ci aspettiamo che parlino la nostra lingua.
Ma arriviamo al punto.
Proseguendo con la descrizione dell’impatto che ha avuto la
musica di Shostakovich indico solo altri due fugaci esempi.
1942, la Settima Sinfonia, scritta nel ‘41 durante
l’assedio nazista di Leningrado dove viene eseguita l’anno dopo, divenne
rapidamente il simbolo della resistenza musicale al nazifascismo. Anche qui la
musica sembra “parlare” nella nostra lingua ma almeno dice cose sensate. Viene
fatta arrivare negli Stati Uniti per vie traverse, microfilmata e protetta
dallo spionaggio internazionale
1961, Jurij Gagarin vola nello spazio e durante la
sua prima trasmissione radio canta un brano di Shostakovich contenuto in Quattro
canti su versi di E. Dolmatovsij, la rinomata “Canzone del Contropiano”,
apprezzata all’epoca da Stalin stesso (piccola nota: il grande dittatore muore il 5 Marzo del 1953, lo stesso
giorno di Sergej Prokofiev! I familiari e gli amici del compositore ucraino
dovettero attendere una settimana prima di celebrarne la dipartita; la storia sa essere beffarda).
Nel romanzo sulla vita di Shostakovich, “Il rumore del
Tempo”, lo scrittore inglese Julian Barnes scrive:
L’arte è il mormorio della storia, udibile al di là del
rumore del tempo
La storia, quella che bisogna raccontare, dev'essere "filtrata" dal rumore del tempo. Un immagine musicale che rende bene l'idea della vicenda personale di Shostakovich. Applicare il "noise reduction" per captare il segnale originale.
Ed ora arriviamo al giovane compositore a cui accennavo
all’inizio del post. Cerchiamo di immaginare gli esordi di Dmitrij Dmitrijevich per tentare una risposta alla domanda posta in precedenza.
Chi sono i compositori?
Sono precoci? Spesso. Se non si scrive una sonata a sei anni
vuol dire che si è destinati a diventare dei commercialisti? Forse. Sono dei
fenomeni da baraccone? A volte.
Come nasce un compositore? Come tutti, da un padre ed una
madre. Questo si che influenza la vita di un musicista, come la vita di
chiunque. Devono essere musicisti i genitori? Non necessariamente. A volte
anche il rifiuto dell’influenza paterna e materna può generare reazioni
“artistiche”. Un'altra questione enorme! Ma ad un punto voglio arrivare, ve lo
anticipo per chiarezza. Il compositore vive letteralmente dentro la musica.
Tutta la sua persona è impregnata di musica e la sua percezione sonora è spesso
alterata rispetto ai non musicisti.
Il compositore sviluppa la capacità di pensare i suoni,
trattenerli nella mente, modellarli a proprio piacimento, spesso senza neanche
riportare questi pensieri sonori su carta. Mette in atto delle capacità
intellettive estremamente singolari che i neuroscienziati tentano di spiegare
con risultati a volte stupefacenti. CI sono regole per raggiungere questa
specie di super potere? Assolutamente no.
E cosa possiamo fare? Proviamo a vedere come è andata con il
piccolo Mitja.
Sof’ja Vasil’evna Kokoulina. Madre del compositore, pianista
dilettante (oggi equivarrebbe ad una grande interprete di musica classica) non
volle educare il figlio precocemente! Attese i nove anni del bambino per dargli
le prime lezioni di pianoforte e lasciare così Dmitrij libero di vivere serenamente la
propria infanzia. Questa sí, potrebbe essere una regola! Non permettete alla
musica di invadere gli spazi emotivi ed espressivi dei bambini, così facendo
eviterete di trovarvi delle dolcissime scimmie ammaestrate in casa.
Quando Sof’ja si accorge della facilità di apprendimento del figlio cede il passo ad un insegnante che potesse incrementare le sue doti e si
rivolge alla sua prima insegnate di pianoforte, la rinomata Aleksandra
Rozanova.
San Pietroburgo in quegli anni è una centrale nucleare di
arte e creatività. Altra regola: crescere in ambienti stimolanti fa la differenza!
Se cresciamo in città o peggio in nazioni senza musica non ci potremo aspettare
granchè. Leggendo le lettere di Shostakovich si è sbalorditi dalla quantità di
eventi musicali, teatrali ed artistici in genere a cui assiste, e con quale
passione (persino il Circo con le tigri del bengala lo influenzano
profondamente)!
Shostakovich proveniva da una famiglia di origine polacca, i
nonni furono rivoluzionari antizaristi. Il padre fu chimico, collaboratore di
Mendeleev (quello della tavola periodica degli elementi!). Abbiamo visto nel
precedente post su Carlo Gesualdo che dare un’occhiata al retroterra
familiare può aiutare a capire determinate personalità.
Questi sono solo alcuni elementi che hanno permesso al
giovane Shostakovich di “vivere la musica", e non solo "con la musica". Ci sono filmati che lo ritraggono
durante l’ascolto delle proprie composizioni. Come fosse in stato catatonico il
compositore ascolta immobile, ma centinaia di piccoli movimenti muscolari del
volto tradiscono una intensissima attività mentale. Questo è un compositore. Un
uomo rapito dai suoni; che pensa seguendo l’andamento delle note, di molte
note, simultaneamente. Un uomo che vive una vita ultraterrena fra le stanghette
delle battute. C’è il rischio di perdersi, di alienarsi e a molti è avvenuto.
Ma sapersi allontanare dalla realtà a volte può essere utile.
Ecco cosa sono i compositori - usando un’immagine
suggeritami anni fa della mia terapista (io non sono un compositore, sia ben chiaro ma
capita a tutti di avere bisogno ad un certo punto di una o un terapista) - sono
persone in grado di prendere un ascensore ideale verso l’alto (o il basso) per poi
(speriamo!) fare ritorno.
Dmitrij Shostakovich muore nel 1975 ed ancora oggi mi sembra stia lí, immobile, in ascolto. Quando si impara ad
allontanarsi dalla realtà, anche per vederla da un altro punto di vista, e come
se ci si affianca alla morte e ci si trova lì in ascolto, tutti e due in
silenzio. Come dei vecchi amici affacciati ad un belvedere, senza bisogno di
dire “guarda qua!” “guarda là” ma ascoltando.
Non temete la musica di Shostakovich! Non temete la musica
che non conoscete! Ogni brano sconosciuto può essere la porta di un nuovo ascensore. Facciamoci guidare dai compositori che come il lobby boy del
Grand Budapest Hotel è lì per voi, pronto ad azionare la leva, siete voi a
decidere quanto andare in alto (o in basso, non dimenticate).
La musica a volte può sembrare triste, tragica ma sospesi
nello spazio tutto diventa forse buffo, i compositori ci portano li, dove tutto
è buffo. Non è il regno della bellezza ma un luogo dove sorridere come quando
si vedono due sconosciuti baciarsi in strada e magari ci commuoviamo per niente
e non sappiamo perché. E nella nostra testa risuona questa melodia..
Grazie per la vostra attenzione, non so quale sarà il
prossimo articolo, ho bisogno di tempo per riprendermi…intanto “che piano Signore/a?"...
aristocratico Napoletano nato nel 1566 e morto nel 1613, uccise la moglie Maria d'Avalos e il suo amante Fabrizio Carafa. Madrigalista fra i più arditi nella sperimentazione armonica. Si sposò in seguito con Eleonora d'Este. Divenne uno dei compositori più ambigui e famosi della storia, di lui compose un omaggio Igor Stravinsky (un brano, a mio avviso, inascoltabile).
Questo lo troverete scritto un pò ovunque. Io cosa devo dire di più su di lui? In realtà ben poco, l'obiettivo di questo mio intervento vuole essere, sì, spronarvi all'ascolto dei suoi madrigali, soprattutto quelli più angoscianti! Ma c'è dell'altro.
Ad esempio:
- Lo sapevate che verso la metà del '500 ci fu una crisi economica che coinvolse i grandi feudatari del Mezzogiorno? La famiglia del nostro Carlo però se la scampò.
- Sapevate che il padre di Carlo, Fabrizio fu consigliere di Filippo II Re di Spagna? Fu mecenate ed amante delle arti, a lui venne dedicato per giunta un libro di madrigali composti da Giovanni Macque.
- Sapevate che Carlo Borromeo, Cardinale e Santo, padre della Controriforma, era lo zio di Carlo G. da parte materna (chiameremo solo qui Carlo B. il primo e Carlo G. il secondo)? Carlo B. in tutto ciò aveva una vera fobia delle donne. Detto il "Castissimo" (non sapevo si dovesse specificare di un Cardinale la propria castità, sarà stato il periodo storico, ma è sempre colpa del periodo storico!) si dice evitasse di stare in posti chiusi da solo con persone di sesso femminile.
- Sapevate che lo zio paterno di Carlo (non c'è più bisogno della G.), Alfonso, anch'esso Cardinale, partecipò a sette conclavi, pose la prima pietra della chiesa di S. Andrea della Valle a Roma e lasciò una cospicua eredità al nostro Gesualdo?
Ora, in questo contesto poteva non uscire fuori un personaggio che, sommando solo le principali influenze - tutte maschili - sarebbe con molta probabilità divenuto un musicista/uxoricida/ricco (in ordine di apparizione). È tutto molto scontato. Tutto tranne la musica di Gesualdo, che non fa sconti, e si spinge in avanti nel tempo, un esempio quasi unico; le stravaganze armoniche erano ben presenti nella musica dei suoi tempi ma lui spiazza tutti e se ne va direttamente nel XX secolo a fare compagnia agli avanguardisti.
Per aggiungere altre informazioni su Carlo G. (suona bene) possiamo dire qui che in seguito alla morte prematura del suo unico figlio Emanuele, a cui lui stesso non sopravviverà seguendolo 18 giorni dopo, la nobile casata dei Gesualdo ha termine.
Diciamo anche che un certo Torquato Tasso spedì al Principe quasi 50 componimenti poetici tentando una proficua collaborazione, ma il nostro ne mise in musica solo 8, snobbando agilmente il sommo poeta il quale aveva composto anche un sonetto proprio per lo sfortunato Emanuele.
Aggiungiamo che in seguito il Principe di Venosa si sposò niente meno che con Eleonora d'Este, sì! La grande casata dei D'Este di Ferrara già celebrata in passato da illustri musicisti, uno per tutti, Guillaume Dufay. All'epoca i d'Este però non se la passavano bene, quindi un matrimonio con un parente di Carlo Borromeo poteva essere d'aiuto. E per concludere con un pò di folclore vale la pena riportare le parole del diplomatico Ferrarese che gli fece da guida presso i d'Este, tale Alfonso Signorelli che dirà di Gesualdo:
"Dimostra affetto napuletanissimo. [...] Raggiona molto et non dà segno alcuno, se non forse nell'effige di malenconico".
Signorelli in seguito, descrivendo il piccolo concerto che Gesualdo tenne in serata in casa d'Este, scrisse: "Chiaro è che l'arte è infinita. Atteggia però et si muove straordinariamente, ma tutto è gusto", concludendo con "illustre sì, ma terrone".
Al di là delle discutibili espressioni squisitamente leghiste non sembra il ritratto di un uomo dedito a martoriarsi l'animo e flagellarsi il corpo come spesso viene descritto il pio Carlo G.
Il tormento: questa la parola più utilizzata per descrivere il madrigalista assassino...lui è tormentato?! Non quelli a cui ha inflitto tormenti? Bah.
Cos'è questo Blog? Di che si parla? Chi sono io? Di cosa mi occupo? Domande esistenziali a cui tenterò di dare non una ma più risposte, si perché l'argomento principale, la musica, non permette risposte univoche. Tutto scorre, diceva uno (lo so che sapete chi lo diceva ma mi piacerebbe evitare il citazionismo). Diceva Eraclito! Si perché in questo blog si prenderà quasi sempre spunto da quello che ha detto qualcun'altro ma senza dare troppa importanza al "chi l'ha detto" per poter dare importanza in seguito al fatto che l'abbia detto anch'io. Insomma: Musica Gli altri Io Ci sono ancora tante cose da aggiungere.
Per ora diciamo che il primo lavoro che ho scritto sulla musica è stata una tesi di Laurea dall'enigmatico titolo.... non ricordo esattamente qual era il titolo ma era di Estetica della Musica (Filosofia della Musica, come preferite). Si parlava di John Cage (sapete chi è, si?), Automatismo (se non sapete cos'è non siete i soli) e Surrealismo (nemmeno i surrealisti sapevano cos'era). La cosa bella è che Cage si è sempre dichiarato distante se non contrario alle conquiste artistiche dei surrealisti, mentre i surrealisti si sono interessati a tutte le forme espressive tranne che alla musica (anche all'architettura ma se si considerano le strutture architettoniche presenti in alcuni quadri e film surrealisti la si potrebbe considerare come appartenente alle esigenze artistiche surrealiste, come vedete basta poco per far scattare un ragionamento su una questione assurda di cui solo in pochi si interessano). Quindi un lavoro con intenti utopici, e non vedo il motivo per cui non si possa parlare di questioni legate all'impossibilia o al dominio dell'improbabile. Lasciare avvolte nel mistero le idee trattate mi pare l'equivalente di quelle scritte che si trovano nei bagni "lasciate questo posto più pulito di come l'avete trovato": un precetto saggio e ampiamente condivisibile. Ah..io mi chiamo Luca Di Bucchianico, sono un bassista e chitarrista (meglio come bassista che come chitarrista, anche se dipende dal genere, ad esempio sono meglio come chitarrista pop che come bassista pop, e nel jazz sono scarso su entrambi gli strumenti, anche se ho una innata propensione per le digressioni ...ci sono le digressioni nel jazz? Un altra questione da approfondire). Poi sono un Insegnante di Musica, di quelli che sono stati precari a lungo e che ora si crogiolano nel "ruolo". Anche se in realtà al momento non insegno proprio musica e lavoro in una scuola dove la musica non c'è. Vedete? La musica oltre a non permettere risposte univoche a volte non permette risposte in generale (avete mai ascoltato "the Unanswered Question" di Charles Ives?)
Poi sono un corista, di quelli con una buona conoscenza musicale ma con un timbro di voce non così affascinante, ed ho avuto esperienze come direttore di coro ed arrangiatore di brani di varia natura per ensemble polifonici. Poi ho scritto (si scrive la musica elettronica?) molta musica elettronica. Ho fatto un album solista prettamente noise.
Poi sto cercando di diventare il più grande pianista specializzato in repertorio pianistico infantile..ho 40'anni, si può dire, suonati. Ho suonato davanti a Zero persone e davanti a tante persone con un gruppo il cui cantante ha mostrato il suo (per pudore eliminerò le vocali dalla parola in questione) p..n.. a tutto il pubblico presente quel 1 Maggio in piazza San Giovanni a Roma. Per quest'ultima informazione vedo che l'interesse del lettore che ha avuto la curiosità di arrivare fino alla fine della presentazione è stato ampliamente ripagato! E poi c'è il suono.. Qui taccio. Ci vediamo presto su questo Blog per altre roboanti sottigliezze verbali e magari qualcosa di più concreto come "Carlo Gesualdo. Principe di Venosa", un libro di Antonio Vaccaro sul noto compositore Uxoricida che ha scardinato le regole della musica a cavallo tra il XVI ed il XVII secolo. Curiosi?